Melville, ispiratore di Quasimodo e Ghedini

Prof. Enrico Reggiani, dal programma di sala per GIORGIO FEDERICO GHEDINI, BILLY copertinaBUDD, Un atto di Salvatore Quasimodo dal racconto di H. Melville, Conservatorio di Milano, Laboratorio Cantarinscena 10 anni, SALA VERDI, SABATO 28 APRILE 2018 – ORE 20.00, DOMENICA 29 APRILE 2018 – ORE 18.30

Breve, schematica, ma ineludibile premessa metodologica. Verso la fine della prima metà del XX secolo, un compositore decide di musicare un testo verbale, anzi, più specificamente, letterario in una lingua diversa dalla propria. La sua appartenenza culturale (sia essa riferibile ad area dominante, di nicchia o variamente declinata rispetto a tali posizioni estreme) potrebbe suggerirgli, consentirgli o imporgli di accostarlo in lingua originale. Con quali implicazioni e conseguenze compositive e cultural-musicali è facile dire, almeno in modo sintetico: la lingua straniera potrebbe – ad esempio – suggerire un’intenzione comunicativa orientata in senso cosmopolita, consentire un progetto creativo di matrice elitaria, imporre una fruizione estetica con esiti, in ultima analisi, selettivi.

Quali le implicazioni e le conseguenze compositive e cultural-musicali, invece, se, sempre verso la fine della prima metà del XX secolo, il medesimo compositore scegliesse di avvalersi della mediazione linguistica e culturale di una traduzione nella sua propria lingua (madre)? Non saranno, inoltre, natura, caratteristiche e finalità delle suddette implicazioni e conseguenze diversamente articolate se tale traduzione sarà autoprodotta oppure se sarà frutto del lavoro altrui con maggiore o minore aderenza al testo e al genere testuale dell’originale? Non è questa la sede per tentare di articolare una risposta compiuta alle questioni tratteggiate in esordio o ai quesiti testé formulati. Tuttavia, non si può non precisare che le implicazioni e le conseguenze di questa seconda modalità di gestione del musical setting di un testo letterario in lingua straniera non dovrebbero essere sbrigativamente etichettate in modo meramente opposto a quelle indicate in precedenza – ovvero, ad esempio, come campanilistiche, interclassiste, inclusive e, in conformità con l’imperante ideologia del politically correct culturale e cultural-musicale, accompagnate dall’immancabile pre-giudizio negativo.

Superato lo scoglio di questi apparenti intellettualismi introduttivi, il paziente lettore di Billy BuddII manuscriptqueste modeste note avrà forse intuito che il compositore di cui si diceva sopra è Giorgio Federico Ghedini (1892-1965) e che il suo Billy Budd (1949) è l’esito cultural-musicale della sua ricezione compositiva dell’omonimo testo letterario anglofono dello statunitense Herman Melville (1819-1891): scritta tra il 1889 ed il 1891 e pubblicato postumo nel 1924, la novella (secondo la frequente definizione in inglese) di Melville narra la “storia del bel marinaio inglese che negli anni della guerra con la Francia rivoluzionaria uccide l’ufficiale che l’accusa d’ammutinamento ed è condannato innocente all’impiccagione dal capitano che pure lo ama come un figlio”[1]. L’accoglienza di pubblico e critica del Billy Budd ghediniano oscillò vistosamente tra chi la apprezzò, considerandola “perhaps the best example of modern opera composed in postwar Italy”[2], e chi, al contrario, come Guido Maria Gatti (1892-1973), ne stigmatizzò la natura di “a suggestion of an opera” in undici episodi, che “do not deal with the most interesting dramatic material” e che sono prodotti dalla “illusion that [Ghedini] could evade the sphere of the expressive”.[3]

Ghedini non accostò Melville direttamente in inglese, ma si affidò a un mediatore linguistico e culturale suo connazionale, uno oggi riconosciuto tra i più storicamente britten - billy budd (p1)prestigiosi e accreditati. Oggi, si diceva, ma negli anni quaranta del ventesimo secolo? Se davvero valesse la definizione di “uomo e musicista ‘tutto Musica’ senza complicazioni e interferenze e corrispondenze intellettuali, letterarie, culturali in genere”[4], coniata da Gavazzeni per Ghedini, la scelta di quel mediatore linguistico e culturale potrebbe sembrare irrilevante. È evidente, invece, che non lo fu, come si vedrà di qui a poco. Ciò che è comunque certo è che Ghedini non percorse la strada che percorrerà due anni dopo Benjamin Britten (1913-1976), il quale, per trarre il libretto del proprio Billy Budd (1951) dal testo originario di Melville, decise per l’opzione narrativa, convocando due illustri esponenti britannici del mestiere del librettista, quali il romanziere e saggista Edward Morgan Forster (1879-1970) ed Eric Crozier (1914-1994), direttore teatrale ed esperto facitore di testi per l’opera in musica, che collaborò a lungo con Britten… [il resto dell’articolo è reperibile cliccando qui, pp. 11-13]. © Riproduzione riservata

[1] Massimo Bacigalupo, Billy Budd fra poesia e musica (1942-1949), in Sergio Perosa (a cura di), Le traduzioni italiane di Hermann Melville e Gertrude Stein, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1997, p. 90.

[2] Italy Today 1951, ed. by Giovanni Engely, Firenze, Barbera, 1951, p. 262.

[3] Guido Maria Gatti, “Current Chronicle: Italy”, Musical Quarterly, 36 (1950), pp. 127-128.

[4] Gianandrea Gavazzeni, La musica di Ghedini, in Musicisti d’Europa. Studi sui contemporanei, Milano, Suvini Zerboni, 1954, p. 182.

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