Songs, suites e variazioni. Jane Austen e il piano-forte

Elisa Teneggi, studentessa (Laurea Magistrale) del corso di Linguaggi Musicali in Prospettiva Storica, tenuto dal Prof. Enrico Reggiani presso la Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano)

Nel lontano 1996 su Vanity Fair si affermava che: The hottest writer in show business is not John Grisham or Michael Crichton, but Jane Austen. Ed oggi, con alle spalle una pletora di adattamenti per cinema e televisione, riscritture, e veri e propri spin-off letterari in stile fan fiction, sembra che ci si possa prendere la licenza di dire tutto ed il contrario di tutto sulla donna che è riuscita a popolare le utopie amorose di molte lettrici con tenebrosi Mr. Darcy. Che fu una femminista; che fu una reazionaria; che fu fedele ai pensieri più rigorosamente illuministi e che si abbandonò alle passioni più puramente romantiche.

Ciascuna delle parti in causa potrà addurre come prova, tentando di giustificare come veritiera la ‘propria’ immagine di Austen – immagine che, ricordiamo, in tali contesti si 1porta inevitabilmente dietro un certo modo di leggere ed interpretare l’opera di un autore, con autore inteso in senso lato ed ampio, transartistico, poeta o creatore che dir si voglia –, i più minuziosi dettagli sulla sua vita sia pubblica che privata: la mole di studi sull’autrice è ormai imponente.

Cercando, dunque, di dare una sistemazione definitiva ai rapporti tra, da un lato, l’epoca storica e la temperie culturale in cui la scrittrice visse e la sua opera dall’altro, potremmo essere tentati ad indulgere in una comoda semplificazione cronologica basata sulle sue date di nascita e morte (1775 – 1817). Ciò porterebbe a dividerne la produzione letteraria in due fasi ben distinte, pre- e post-Ottocento, con tutte le conseguenze che seguirebbero: la più ovvia, forse, vorrebbe che le opere ancora settecentesche fossero nate sotto il segno dell’Illuminismo e quelle ottocentesche nella scia del Romanticismo. Eppure, ci possono essere buone ragioni per ritenere che sia troppo arbitrario operare in modo così tranchant.

Ore 17.30 del 4 dicembre 2017, show room Furcht Pianoforti, via De Amicis 23, Milano. La locandina recita “Songs, suites e variazioni. Jane Austen e il piano-forte. Seminario musico-letterario nel bicentenario austeniano, 1817 – 2017”. Per quanto basti questo titolo – credo, almeno, in nove casi e mezzo su dieci – a dissuadere il potenziale spettatore dal prendere parte all’incontro, chi si fosse addentrato in questo cuore di tenebra si sarebbe invece trovato accolto in una sala luminosa, piena di stupendi strumenti musicali (notare l’esemplare rosso ben visibile dalla vetrina, di una marca che ho sbadatamente dimenticato di annotare), ad assistere alla performance di Luisa Bertoli, Eleonora logoFurcht_400x400Filipponi (entrambe cantanti) e Martino Tosi (pianista), tre lauree sia magistrali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che di Conservatorio. Il tutto introdotto da alcune considerazioni del Professor Enrico Reggiani – docente di Cultura e Letteratura Inglese e Linguaggi Musicali in Prospettiva Storica presso il medesimo ateneo – sul caso Austen.

L’evento, nato su iniziativa del Professor Reggiani stesso, si proponeva di portare all’attenzione del pubblico alcuni elementi del soundscape austeniano, sia interno ai romanzi dell’autrice che esterno ad essi – ovverosia l’ambiente sonoro in cui la suddetta visse e che creò per le sue opere narrative –, con l’intento non tanto di fornire un’ennesima versione definitiva della sua poetica ed opera, quanto di proporre un nuovo punto di vista da cui poter osservare il materiale in questione con più ragione che sentimento. Un punto di vista plurale, nato nello spirito (auto)critico e coincidente con ciò che ormai è conosciuto come “la terza via dell’università”, sarebbe a dire la capacità che gli atenei dovrebbero avere di creare connessioni tra settori disciplinari e professionali differenti: qui sta tutto il senso di quel minaccioso aggettivo qualificativo di cui veniva caricato “seminario” nella locandina, che non voleva fare altro che spiegare come si sarebbe svolto l’incontro: prima alcune considerazioni teoriche ed alcune ipotesi, poi le evidenze che tali ipotesi volevano suffragare. Nel nostro caso dunque, parole accompagnate da musica.

Alla base della metodologia di lavoro proposta sta la volontà di recuperare alla musica il suo ruolo di componente integrante e fondamentale di ciò che convenzionalmente viene definito “cultura” di un periodo storico. Tale necessità deriva dalla constatazione di un semplice dato, potremmo dire, statistico: oggi ascoltiamo sempre più musica, dei generi sempre più vari, in modo sempre più facile, ma con sempre minore consapevolezza. Il recupero della capacità di condurre una fruizione qualificata del prodotto musicale passa attraverso la comprensione del suo valore nel contesto di nascita, il che, a ben vedere, non si scosta molto dal tentativo di indovinare l’epoca di composizione, mettiamo, di una poesia basandoci sul ‘suono’ del suo linguaggio e sui suoi elementi formali. Ho voluto mettere tra virgolette il precedente suono per sottolineare come appare inevitabile parlare per metafore sonore e musicali della lingua scritta e parlata e per metafore linguistiche della musica. Infatti, se un certo tipo di composizione musicale assume un certo valore in un determinato contesto – seguendo Reggiani[1] potremmo dire, per unire dimensione temporale e culturale in un certo spazio-tempo, cronotopo –, che cosa mai si potrà dire di essa se non che ‘sta significando’ qualcosa, e che dunque 2parla, proprio alla stregua di una lingua?

Sarà dunque rilevante, tra gli altri elementi, conoscere quale musica Austen ascoltasse ed in prima persona eseguisse come pianista e cantante amatoriale.

Fortunatamente, il Jane Austen House Museum è in possesso di una collezione di spartiti, originali e ricopiati dalla scrittrice di suo pugno, su cui Austen era solita esercitarsi e suonare. Alcuni di questi brani sono quelli proposti in ascolto durante il Seminario milanese. Non solo: l’autrice pone spesso nei suoi romanzi, a fianco della musica, anche lo strumento su cui questa veniva eseguita, il piano-forte appunto, facendolo diventare spia di alcune sue visioni sulla società, come nella scena di Pride and Prejudice (1813) in cui le sorelle Mary ed Elizabeth Bennet si sfidano in una gara non dichiarata di esecuzione. Risulterà vincitrice Elizabeth, la quale suona con uno stile più controllato di quello impetuoso e virtuosistico dell’avversaria.

I nomi di alcuni dei compositori presenti nel repertorio di Austen hanno lo stesso sapore3 settecentesco di questa vittoria: quelli presentati all’evento sono stati Baudron, Haydn, Paisiello (colui che più si è addentrato nell’Ottocento, morendo nel 1816), Felton, Gluck, Haendel, Cavendish.

Forse, dunque, è fuorviante tentare strade personali all’interpretazione di un autore, per quanto cara la sua opera possa esserci. Una valida strada da percorrere, e che mi sembra che il seminario sia ben riuscito a proporre, può invece essere quella dell’attenta e globale osservazione, del distacco razionale dall’oggetto di studio, di una lettura a circuito integrato piuttosto che sotto tante fosforescenze sconnesse, con l’obiettivo di scovare tutti gli indizi già presenti e che, indirettamente, ci vogliono parlare.

Questa è la proposta di lavoro portata avanti dal Professor Reggiani nel corso di Linguaggi Musicali in Prospettiva Storica, con la speranza che l’acquisizione da parte degli studenti di alcune soft skills critiche possa, sul lungo termine, giovare maggiormente che l’apprendimento mnemonico di un paio di nozioni di hard competence. Un approccio sicuramente interessante, al quale alla fine i ragazzi si affezionano loro malgrado. E qui parlo in prima persona: nonostante abbia patito le pene dell’inferno – intellettuali, beninteso – mentre mi preparavo per sostenere l’unico e il solo esame curricolare previsto dal mio corso di studi triennale con il Professor Reggiani, ora che frequento il primo anno di magistrale non ho potuto fare a meno di inserire l’insegnamento di Linguaggi Musicali come sovrannumerario.

[1] Cfr. E. Reggiani, The Compl[i]mentary Dream, perhaps. Saggi su William Butler Yeats, Roma, Aracne, 2010

© Riproduzione riservata

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