“L’importanza di chiamarsi Ernesto”: Wilde all’Elfo? Una dramma-recensione a quattro mani

PERSONAGGI: 
 Benedetta Vistalli e
 Benedetta Burgio, studentesse del corso di Lingua e Letteratura Inglese, tenuto dal Prof. Enrico Reggiani presso la Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano)

ATTO I

Si apre il sipario. A un tavolo del Bar Gnomo dell’Università Cattolica di Milano due studentesse si confrontano davanti ad un tè sulla recente messa in scena de “L’importanza di chiamarsi Ernesto” del Teatro Elfo Puccini di Milano. La discussione è vivace.

BenedettaB: Sono d’accordo! Le scelte musicali mi hanno lasciata davvero perplessa. Aprire con “I will survive”? Non riesco a pensare a niente di più vittoriano.

BenedettaV: E che dire della scenografia anni 70! Una ball chair su sfondo bianco. Posso capire che l’intento dei registi fosse di “far risaltare i colori dei personaggi e di lasciare spazio alle vertigini di una logica ribaltata”, quindi se la scenografia voleva servire questo scopo al centro del dramma doveva esserci la parola con la sua logica ribaltata, in realtà hanno però solo esagerato nella caratterizzazione dei personaggi. Mi chiedo se fosse proprio necessario.

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BenedettaB: Io non credo. La stravaganza dei ruoli è stata accentuata tanto da risultare poco incisiva: decisamente uno degli aspetti più irritanti di questa messa in scena. La giovane, idealista sognatrice Cecily è diventata una scolaretta irriverente e provocatoria, mentre la young lady della upper class latentemente ribelle Gwendolen è entrata in scena a tastoni e con un paio di vistosissimi occhiali, come miope, accentuando questo tratto anche quando non necessario. E mi stavo quasi dimenticando Jack, anonimo e monotonamente melodrammatico. A parer mio, Algy è stato il personaggio interpretato in miglior modo, dopotutto l’attore Riccardo Buffonini ha saputo riprodurre la comicità e l’eccentricità di un personaggio formidabile senza risultare troppo eccessivo.

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BenedettaV: Non sono d’accordo: Algernon era di poca classe e eccessivamente effeminato: piuttosto che mostrare la sua arguzia (wittiness) con il languore tipico dell’esteta vittoriano, qui si è voluto puntare sull’identificazione di Algy con lo stesso Wilde, spesso discussa, attraverso l’accentuazione di atteggiamenti femminei. Ma l’esempio più eclatante è il maggiordomo Merriman, rappresentato come un vecchio tremante che entra in scena tossendo, anzi direi “nitrendo”. Credo che qui i registi
abbiamo voluto amplificare un elemento positivo di questo personaggio, che nel testo originale tossisce una sola volta per avvertire le due coppie di innamorati dell’arrivo di Immagine3Lady Bracknell. Se il suo ruolo autentico è quello del maggiordomo benevolo, adiuvante, qui è piuttosto rappresentato come il buffone di corte. Anche il personaggio di Lady Bracknell subisce un processo simile: qui è priva della statura tipica della dama vittoriana, altrettanto witty, e viene presentata con un tono perentorio che sfiora però il comicoderisorio: fa persino il suo ingresso in scena accompagnata da musica allegra ma dai toni forti, muovendo in modo alquanto buffo braccia e gambe.

BenedettaB: Mi trovi d’accordo. E per non parlare di Miss Prism! L’enfasi forzata nella gestualità e nella prosodia hanno dato vita ad un personaggio insoffribile. Mi chiedo quanto l’idea di Oscar Wilde corrispondesse effettivamente a questa realizzazione…

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BenedettaV: Con la sua acconciatura che sembrava richiamare il copricapo delle guardie della regina sembrava quasi un ufficiale inglese. Al limite del ridicolo.

BenedettaB: Hai usato proprio la parola giusta: ridicolo. In più, la critica del vittorianesimo tipica della commedia di Wilde scompare del tutto in un’ambientazione di questo tipo e in un altrettanto sconcertante stile di recitazione. Quelle che sarebbero potute essere simpatiche trovate per mantenere viva l’attenzione dello spettatore sono invece diventate la colonna portante dello spettacolo, capovolgendone il focus. Personalmente ho letto la commedia wildiana apprezzandola per la sua accattivante critica di un mondo che, in questo spettacolo, il pubblico purtroppo non ha neppure intravisto: deludente il fatto che un’opera tanto sottilmente spiritosa sia stata ridotta ad una semplice commedia leggera, in cui l’ilarità del pubblico è suscitata da una comicità spicciola e scontata. Tu che cosa ne pensi?

BenedettaV: I registi si sono concentrati su questa forte comicità di gesto rendendo i personaggi puramente macchiettistici. D’altro canto forse è ciò che il pubblico italiano moderno, generalista, riesce ad apprezzare: una comicità parodistica e stereotipata, un ridere superficiale sganciato da ogni legame con la realtà: con la scenografia e la caratterizzazione dei personaggi come scelta da Bruni e Frongia si è rischiato di rappresentare un mondo astratto, sospeso e cronotopicamente lontano dal testo wildiano.

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Benedetta²: Ma siamo sicure che questa fosse proprio l’intenzione dell’autore? Dovremmo parlarne con il nostro professore di letteratura inglese!

Benedetta finisce il suo sandwich al cetriolo, si alza e sorride all’amica. Insieme lasciano il Bar Gnomo.

Informazioni tecniche: Attori: Ida Marinelli è Lady Bracknell, Elena Russo Arman Gwendolen, Luca Toracca Rev. Chasable, Nicola Stravalaci Lane e Marriman, Giuseppe Lanino Jack/ Ernest, Riccardo Buffonini Algernon, Cinzia Spanò Miss Prism, Camilla Violante Scheller Cecily. Regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. 
 Assistente alla regia Giovanna Guida. 
 Assistente ai costumi Saverio Assumma
 Luci Nando Frigerio
 Suono Giuseppe Marzoli. 
 Produzione Teatro dell’Elfo.
Breve trama della commedia wildiana in tre atti: I atto: Londra. Algernon Moncriff, attraverso un portasigarette dimenticato, scopre che il suo amico Ernest Worthing conduce una doppia vita: quella di Jack Worthing in campagna, e la falsa identità di Ernest quando è in città, per poter condurre una vita ricca di piaceri. Ernest vuole sposare la cugina di Algernon, Gwendolen, che ricambia il suo amore e afferma di aver sempre voluto sposare un uomo dal nome di Ernest. Lady Bracknell, madre di Gwendolen, interroga lo spasimante circa la sua vita, e si scopre che fu trovato in una borsa alla Victoria Station.
II atto: Ernest, nella sua vera identità di Jack, torna in campagna, dove fa da tutore a Cecily. Arriva anche Algernon, nella falsa identità di Ernest, fratello di Jack, che vestito a lutto, dice di aver assistito al funerale di suo fratello. Ernest (Algernon) e Cecily si innamorano, e la giovane donna dichiara di aver sempre voluto sposare un uomo dal nome di Ernest. Jack e Algernon vogliono allora farsi battezzare. Cecily e Gwendolen scoprono di essersi innamorate entrambe di Ernest, allora chiedono spiegazione ai due e in seguito si riappacificano.
III atto: Lady Bracknell giunge in campagna in cerca della figlia e dà il permesso a Algernon di sposare Cecily, in seguito incontra Miss Prism, sua governante. Si scopre che Jack era stato dimenticato in stazione proprio da Miss Prism, allora bambinaia presso la famiglia Bracknell. A Jack allora viene rivelato che il suo vero nome è, dopotutto, Ernest.

© Riproduzione riservata

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