Se l’esecutore è autoreferenziale, tutto il resto è noia

Sarà l’età che avanza e che avanzi (per tutti, però) non c’è dubbio. Sarà quel che 1sarà, ma mi tocca ripetermi e tornare su un aspetto cultural-musicale dell’esperienza pianistica dei nostri giorni (i più masochisti tra i quattro lettori di questo blog possono cliccare qui).

Ditemi voi qual è il problema se Scarlatti (Domenico) suona come Haydn, Haydn (per l’opera del quale si disturba la definizione di “romantico” nel programma di sala) come Beethoven, Beethoven come Chopin, Chopin come Scriabin… Come suonano tutti i brani? Sempre troppo veloci; con contrasti metrici e ritmici esasperati; con dinamiche che privilegiano le relazioni estreme; con melodie che cercano gli armonici; con appoggi accordali equilibrati ma altrettanto “evocativi”, ecc. ecc.

Sia detto senza alcuna esitazione da parte mia: la tecnica del famoso pianista di cui si dice è pressoché infallibile. Tuttavia, come si diceva sopra, tutto “suona” allo stesso modo e (per così dire, se mi si passa la definizione sbrigativa) “annoia” (tutte le culture musicali sembrano identiche). Questo accade sempre se è l’esecutore al centro (troppo di frequente oggi), giacché, se l’esecutore è autoreferenziale, l’esecutore quello è e tutto ruota intorno a lui (altrimenti che centro sarebbe?), che, essendo umano (troppo umano, diceva quel tale), fa fatica a essere uno e trino. Non credete?

3Qual è la conseguenza di tale autoreferenzialità, che pare scontata (ma non dovrebbe esserlo, visto che l’esecutore è “strumento” che esegue, o no?) e che finisce per produrre divismi e mitizzazioni (facili e redditizi), invece che interpretazioni intelligenti (cioè che comprendono le differenze culturali) con gli 88 tasti, proposte ermeneutiche per via tastieristica, e simili, che potrebbero essere altrettanto redditizie e non per forza intellettivamente impervie?

Non sarebbe meglio eseguire al pianoforte mettendosi al servizio dell’opera eseguita (cioè, in primis, STUDIANDOLA non solo “autorefenzialmente” e “digitalmente”!) che ci invita a ridurre la distanza tra i nostri conformismi cultural-musicali e l’esperienza di chi ci ha donato le meraviglie piccole e grandi dei meravigliosi soundscapes che il pianoforte ci dona da qualche secolo? Vedete un po’ voi, quattro lettori, che non avete certo bisogno che ve lo spieghi io. Ma mi raccomando, pensateci, prima che il conformismo ci ottunda definitivamente l’orecchio (cultural-musicale, ovviamente)… © Riproduzione riservata

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