Epoca shakespeariana la nostra? Magari…

Prof. Enrico Reggiani

“Ci vorrebbe un nuovo Shakespeare”, titola Flavia #Foradini un pezzo-intervista a Thomas #Ostermeier, “regista tedesco fra i più apprezzati della generazione dei cinquantenni” (Il Sole 24 Ore/Domenica, 11 giugno 2017). Magari… Ma “nuovo” in che senso? Di quale Shakespeare si tratta? Di quello su misura che ogni regista, attore, ecc. oggigiorno sembra ritenersi autorizzato a ritagliare sulla propria esperienza o sugli aspetti più “marketable” della stessa?

Devo confessare che le parole con cui viene tratteggiato il compito attribuito da Ostermeier alla “cultura” mi paiono inadeguate, anche perché esplicitamente ne suggeriscono una insanabile (e comoda) scissione rispetto alla “politica” (si badi bene: per il regista, nel senso di attività di governo, non in quello più alto e culturalmente imprescindibile di “costruzione di relazioni miranti al bene comune”). Eccole, le sue parole: “viviamo un’epoca complessa. E il compito della cultura […] è la descrizione di ciò che percepiamo soggettivamente. Noi non possiamo offrire soluzioni, come deve invece fare la politica. Noi possiamo solo rappresentare il più precisamente possibile il mondo e gli esseri umani, sperando che un paio di persone e magari un paio di politici responsabili si accorgano di ciò che facciamo». Va da sé che questo “noi” (chi?), preciso e diligente, ha sempre ragione, fa sempre bene, dice sempre le parole giuste; quanto poi alle azioni, se ne occuperanno un voi o un essi… Mah, a questa visione confortevole mi pare utile rispondere con quanto scrisse Henry Newbolt nel 1910 (sì, sì, proprio più di un secolo fa):

newbolt

C’è poi un’altro passo nel pezzo-intervista di Foradini a Ostermeier che merita una glossa. Quello in cui si propone quanto segue: «Purtroppo la nostra epoca si sta paradossalmente riavvicinando a quella elisabettiana, che fu un’èra di prosperità, ma anche di violenza, di intrighi, di attentati, e di lotte per il predominio. Shakespeare sa interpretare magistralmente questi temi, ma ci confronta però al tempo stesso con i lati oscuri dell’animo umano. Lati che gli spettatori possono magari scoprire nascosti dentro di sé, vedendoli agiti in palcoscenico da un personaggio amorale e violento, ma non privo di fascino».

Ci risiamo con questi accostamenti semplicistici e a basso costo (forse ad alto profitto per il botteghino; ma ne siamo davvero sicuri?) che – mi spiace doverlo dire – non fanno bene alla consapevolezza culturale di nessuno di coloro che sono coinvolti nell’infinita meraviglia del teatro (shakespeariano e oltre) secondo le più disparate funzioni e responsabilità. Mi prendo la libertà di provare a formulare un commento in proposito segnalando un breve intervento (discorsivo) del sottoscritto in un articolo pubblicato sulla rivista #Monsieur (giugno 2006, p. 110), nella speranza che possa essere di una qualche utilità culturale [honni soit qui mal y pense]. Lo trovate nell’immagine che segue. Buona lettura e grazie dell’attenzione!

IMG_1262

 

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One thought on “Epoca shakespeariana la nostra? Magari…

  1. D’accordo con te Enrico. D’accordissimo. Ogni epoca è la sua epoca. Parallelismi e analogie, se esistono, sono solo figure nella nebbia. Meglio evitare semplificazioni e scorciatoie quando si parla ad un uditorio qualificato. Lasciamo queste cose alla superficialità giornalistica e al qualunquismo dei mass media. Il pensiero pensante “to the happy few”. Il pensiero pensato a quelli che stanno dalla parte della cultura esattamente come si è dalla parte del supermercato che ci consente di comprare qualcosa da mangiare. Tuttavia, la mancanza di cultura non determina la starvation: sta qui la differenza. E di qui la scarsa considerazione. E gli scarsi appetiti della maggioranza. La quale, appunto, affamata solo di pensieri precotti, aforismi surgelati e idee fritte in padella.

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