L’Irlanda tra Neil Jordan e Ken Loach

Carlotta Corbetta ed Eleonora Filipponi

We won’t play by their rules, Harry. We’ll invent our own” (Michael Collins).martirs

Un flash-back nell’aprile 1916, quando un gruppo di giovani affiliati alla Irish Republican Brotherhood, tramite l’occupazione dei punti chiave della città di Dublino, proclama dal General Post Office la tanto agognata indipendenza dalla Gran Bretagna. All’origine della ribellione il desiderio disperato di liberarsi dal fardello del plurisecolare dominio inglese, al termine di sei giorni di assedio l’ennesimo bagno di sangue: 450 morti, 16 esecuzioni e soprattutto la fucilazione di Padraig Pearse e James Connolly, i leader del sogno irlandese. “I write it out in a verse: MacDonagh and MacBride and Connolly and Pearse”: così li ricorda William Butler Yeats in “Easter, 1916”.

collins   Tra i volontari accorsi alla battaglia un giovane Michael Collins, sopravvissuto soltanto per circostanze fortuite alla vendetta inglese, insieme ai suoi “fellow men” Harry Boland e Eamon De Valera. Ed è proprio a lui che, nel 1996, il celebre regista irlandese Neil Jordan dedica una delle sue pellicole più famose e allo stesso tempo controverse: “Michael Collins”. Un leader politico capace di amare, un “novello Achille”, un uomo moderno animato dalle più ardenti passioni epiche, per molti il prototipo dell’ ”eroe western” dei giorni nostri,  dotato di straordinarie abilità retoriche e capace di ammaliare le masse: così appare Collins nell’ideologia di Jordan, e così è rappresentato fin dalla megalomane locandina del film.

Nella Dublino degli anni ’20, l’ideologia indipendentista s’incarna nell’operato di un vero e proprio leader politico che agisce attraverso sparatorie nei pub, rappresaglie, evasioni rocambolesche, nascondigli improvvisati, agguati ad avamposti e caserme inglesi, fughe di informazioni ottenute grazie al doppiogioco di un detective britannico. Anche quando tutto sembra perduto, anche quando i carrarmati dello stesso Royal Irish Constabulary mandano un chiaro segno all’Invisible Army di Collins e compagni, invadendo Croke Park durante un match di football, l’ardore d’animo di Michael è frenato soltanto dall’inattesa “frattura fratricida” all’interno di quegli stessi “companions” che avevano condiviso con lui il medesimo obiettivo indipendentista: chiamato nel 1922 a Londra in veste di mediatore politico e di portavoce della causa irlandese, quella che pareva essere una vittoria si risolve in un accordo che agli occhi dei più ferventi nazionalisti ha il sapore di un’ennesima beffa.

Al suo ritorno in patria, Collins, ben lontano dall’essere celebrato come l’eroe in trionfo, si scontra con l’opposizione capeggiata dagli stessi De Valera e Boland, convinti che la sola e unica strada verso l’indipendenza sia il proseguimento di una guerriglia incondizionata, ben distante dalla visione conciliante portata avanti da Collins. In un turbinio di lotte intestine sempre più feroci e più dannose per le sorti del paese, saranno gli stessi “former brothers” di un tempo a decretare nel 1923 la morte di Michael, consegnando eternamente la sua figura al mito.220px-the_wind_that_shakes_the_barley_poster

Dieci anni dopo il successo di Jordan, il celebre regista inglese Ken Loach racconta nella sua pellicola “Il vento che accarezza l’erba” (“The wind that shakes the barley”) i medesimi avvenimenti storici dalla prospettiva opposta, dal punto di vista di quegli irregulars che in “Michael Collins”, rappresentati da Éamon De Valera, vestivano i panni dei sanguinari, disposti a sacrificare altri fratelli irlandesi pur di costituire una vera e propria Repubblica.

Nel titolo stesso sono racchiusi i cardini attorno ai quali si articola la storia: tratto da un’omonima ballata di Robert Dwyer Joyce (1836-1883),… [il resto dell’articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

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2 thoughts on “L’Irlanda tra Neil Jordan e Ken Loach

    • grazie, ma, per favore, non attualizziamo in modo improprio. Peccato che quell'”unico bisogno di libertà e democrazia” (definizione non del tutto appropriata) fosse intrinsecamente conflittuale a tal punto da innescare uno dei più dolorosi conflitti fratricidi della recente storia europea. Ciò che fu disperatamente assente in quegli anni fu proprio la pazienza della politica e leadership adeguate e lungimiranti (De Valera escluso), capaci di decidere e di creare consenso intorno alle loro decisioni (cosa che non fu Michael Collins). Entrambi i registi (volenti o nolenti, consapevoli o meno) in realtà mettono in scena l’ottusità di una prospettiva settaria e il carattere inevitabile di una tragica sconfitta i cui esiti sono percepibili ancora oggi.

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