Yeats, Citati e la malattia dell’infinito

Francesca Caraceni (dottoranda di ricerca, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; tutor: Prof. Enrico Reggiani)

   La malattia dell’infinito (Mondadori, 2013) costituisce un voluminoso compendio che si propone di copertina citatiesaminare la letteratura del novecento sotto una lente che potrebbe dirsi bifocale. Fuor di metafora, già i due elementi sostantivali del titolo suggeriscono la proposta critica che l’autore fornisce ai suoi lettori, ossia quella di considerare la letteratura del Novecento l’espressione di un disagio esistenziale (affine di sicuro a una celebre lirica leopardiana) strettamente connesso alla ricerca di un orizzonte aperto, trascendente, infinito. L’impossibilità di aggrappare lo sguardo a questo orizzonte costituisce, per Citati, l’oggetto della ricerca su artisti occidentali di varie nazionalità e vocazioni: l’autore muove da D’Annunzio a Pessoa, da Dreyer a Nijinsky, passando per Caproni e Bernhard, abbandonando tassonomie e rigori cronologici col fine di investigare le conseguenze di questa moderna perdita d’orizzonte, associandola spesso all’investigazione dell’ombra e del difforme, di quella parte oscura e folle e nera nella quale hanno trovato spazio d’analisi e conforto Conrad e Jung, o che ha portato a esiziali esiti personalità come quelle di Woolf e Thomas.

bloom   Le produzioni artistiche degli autori sono esaminate rispondendo perciò a una metodologia “totalizzante”, che tende ad associare, sotto un iperonimo tematico di amplissimo respiro (l’infinito, in questo caso), esperienze artistiche varie e forse anche molto distanti fra loro. Si tratta di strada metodologica probabilmente inaugurata da Harold Bloom con Il Genio (2004), opera di critica, appunto, totale, che raggruppa una nutrita schiera di autori e la sistematizza facendo quasi a meno del dato storico, per privilegiare una ricerca che faccia perno sulle modalità di declinazione del loro genio in corrispondenza delle qualità attribuite dalla tradizione alle varie sephiroth dell’albero della cabala ebraica.

Senza dubbio questo è un metodo che ha il pregio di sistematizzare la cultura in modo non rigido, sicuramente intuitivo e contrastivo, poiché nei rimandi intertestuali e interculturali fra esperienze artistiche diversificate nello spazio e nel tempo è lecito eThe_Scream produttivo andare in cerca di spazi e connessioni tematiche sorprendenti e originali. Eppure, ogni medaglia ha il suo rovescio, e di certo il critico attento e sistematico può restare insoddisfatto dalla sensazione di stare leggendo pagine che scandaglino le opere con scarsa profondità. Perché se è vero che dalla lettura di un testo si può ricavare, fra le altre cose, l’acume critico di chi lo apre di fronte agli occhi del fruitore, è altrettanto vero che operazioni come quella di Citati possono facilmente piegare un autore o parte dei suoi testi a una lettura parziale, rispondente in modo forse un po’ forzato all’ipotesi critica iniziale su cui saggi come quello in oggetto si fondano. Il Novecento è, senza ombra di dubbio, stato il secolo dell’introspezione e dell’analisi ultima della dialettica individuo-società, e molto spesso questa dialettica è stata testualizzata accogliendo e declinando l’ombra e la malattia in modo proficuo ancorché doloroso, ma con modalità diverse a seconda del contesto storico e culturale cui i vari autori appartenevano.

secret rose            Nelle (poche) pagine che Citati dedica a W. B. Yeats (33-37), l’autore si concentra in particolare sulla sua produzione di racconti. Per Citati, lo Yeats ventitreenne che inizia a cimentarsi con le prose che poi farà confluire nella Rosa Segreta inforca la penna del sognatore che smette di sognare, poiché imbrigliato in un presente che non gli corrisponde, armato com’è del sentire che appartiene ai “santi e agli animali”, quello delle stretta comunanza con l’attimo, col fuggevole, con l’ineffabile: “Aveva vissuto un’infanzia e una giovinezza dominate dai sogni e dalle immaginazioni: nessuno più di lui aveva abitato altrove”; “Il giovane Yeats era deluso dalla realtà. Non voleva più essere qui, prigioniero dello spazio e del tempo. E, con un desiderio infantile e disperato, voleva uscire dal mondo, lasciare gli uomini e le cose: varcando le porte invisibili che ci dividono dall’altro regno, dove abitano le creature sovrannaturali”.

Curiosamente, Citati dimentica di contestualizzare l’anelito all’altrove e al sovrannaturale di Yeats nell’alveo di una cultura, quella irlandese, che di fatto non poneceltic twilight sfasamenti spaziali fra mondo terreno e mondo ultraterreno: le due dimensioni, per gli irlandesi, sono naturalmente sovrapposte, come si legge nel Celtic Twilight: “We gave ourselves up in old times to mythology, and saw the Gods everywhere. We talked to them face to face, and the stories of that communion are so many that I think they outnumber all the like stories of all the rest of Europe. Even to-day our country people speak with the dead and with some who perhaps have never died as we understand death; and even our educated people pass without great difficulty into the condition of quiet that is the condition of vision. We can make our minds so like still water that beings gather about us that they may see, it may be, their own images, and so live for a moment with a clearer, perhaps even with a fiercer life because of our quiet”.

Purtroppo l’invito alla lettura di Yeats da parte di Citati soffre un po’ di questa sorta di strabismo critico, e la logica conseguenza che si legge nel suo ragionamento è quella di identificare un preciso programma estetico e politico con una sorta di rêverie nostalgica legata a una vaga contemplazione del mondo naturale: “Con la parte mite di sé, Yeats attendeva la calma e radiosa irruzione degli dèi: Achille e Leda e la nuova Maria. […] Ma le speranze, che Yeats aveva appassionatamente coltivato, sono vane. All’improvviso, tutto fallisce. Gli dèi, tanto attesi, non ritornano”. Manca Citati di sottolineare come il ritorno di Yeats al mito e al folklore, pur inscrivendosi in un percorso nordeuropeo di recupero radicale della tradizione la cui testa di ponte, theatreassieme a Yeats, è senz’altro Wagner, faccia parte di un processo di ricostruzione dell’identità culturale irlandese che passava per cose molto terrene, spesso deludenti e onerose quali, ad esempio, la messa in atto di un Teatro Nazionale. Ancora manca Citati di incastonare la Rosa segreta e la Rosa alchemica nella dialettica di questa costruzione, indicandole come pietre angolari di un processo di riscoperta delle radici che fa il paio con le storie raccolte nel Crepuscolo celtico e nelle Fiabe.

Sono presenti e molto sottolineate alcune caratteristiche della prosa yeatsiana di innegabile importanza: la poeticità della visione, la dimensione del sogno, l’influenza della poesia romantica e simbolista, il poeta come figura cristologica: “I racconti […] disegnano la figura del poeta, come Yeats la inseguì sempre: una figura infinitamente ricca, che raccoglie la tradizione dell’Occidente, la immaginazione romantica, e la mescola coi sogni della poesia simbolista. Il poeta di Yeats […] è […] il sacrificato, il nemico e l’imitatore di Cristo, che viene ucciso sulla croce”. Sono, comunque,   caratteristiche parziali e limitate a una parte dell’opera di Yeats, che si prestano al rischio di inutili semplificazioni. L’accorato invito alla lettura di Citati, insomma, avrebbe di certo beneficiato di un’onesta e necessaria yeatscontestualizzazione storica e culturale per arricchire la breve analisi offerta, che si fonda sì su un’acuta osservazione di elementi tematici di matrice universale di certo ravvisabili in Yeats, ma che costituiscono, in definitiva, il coriaceo esoscheletro di un organismo le cui fondamenta biologiche stanno nella particolarità del suolo d’Irlanda, nella sua storia e nel suo folklore.

© Riproduzione riservata

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One thought on “Yeats, Citati e la malattia dell’infinito

  1. Sono d’accordo su ogni punto con la nota recensiva proposta. Citati in questo libro, come in tante sue opere di saggistica, scrive se stesso. Ovvero: legge e analizza i testi avendo già un’idea ben precisa, una formula critica già precotta nella fornace del suo “genio” universalizzante. In verità, il lavoro critico (e sottolineo “lavoro”) richiede un approccio fatto di umiltà e di sacrificio, non già di una ipertrofica dilatazione di parole che sanno molto di “spreco di fiato” – spreco che implica semplificazione, distorsione e, infine (nel caso citatiano) autocompiacimento ermeneutico. Mi fermo qui – evito di parlare di Harold Bloom e delle sue certezze sistematizzanti.

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