Beethoven e il genere pastorale: La Sesta Sinfonia

Ne parlano il prof. #enricoreggiani (@unicatt) e Laura De Petra a @Laverdi (Auditoriumla verdi di Milano Fondazione Cariplo – Foyer della balconata) giovedì 3 marzo 2016 alle ore 18 nell’ambito della serie #Beethoven de #Laverdi (in collaborazione con@unicatt – #notedinchiostro).

Ferdinand #Ries (1784-1838), Carl #Czerny (1791-1857) e Louis Schlösser (1800-1886) – tre dei compositori che animarono la cerchia degli amici di Beethoven (1770-1827) – lo hanno ripetutamente confermato nei loro scritti: il genio di Bonn creava i suoi capolavori elaborando un “oggetto definito” (Ries), “uno stato d’animo o un punto di vista” (Czerny), un’”idea fondamentale” (Schlösser). Sono, queste, tre definizioni diverse (che andrebbero adeguatamente approfondite in sede musicologica e teorico-analitica) di una questione assai importante: il musicologo statunitense F. E. Kirby l’ha individuata in un saggio del 1970 nel rapporto tra coerenza formale ed intenzione espressiva, spesso sintetizzato nelle composizioni beethoveniane dal delicato e contraddittorio contributo verbale dei titoli di intere composizioni o singoli movimenti, più o meno dichiaratamente descrittivi e/o programmatici.

beethoven non era carino   Da questo punto di vista, la Sesta Sinfonia – scritta lungo un arco di vari anni, completata nonché eseguita per la prima volta nel 1808 – rappresenta un caso cultural-musicale celeberrimo e assai emblematico. Proviamo a “prendere sul serio”, come meritano, le parole che Beethoven scrive di suo pugno sui manoscritti autografi e a convertirle in strumenti interpretativi: fare questo piccolo sforzo – sia accostando l’originale tedesco, sia grazie a una “mediazione di lingua inglese” – non potrà che influire positivamente sulla qualità della fruizione e della comprensione di questo capolavoro del sinfonismo ottocentesco.

È, ad esempio, Ernst Pauer (1826-1905; a Londra dal 1851, di ritorno in Germania nel 1896), uno dei numerosissimi musicisti continentali che si trasferirono in Gran Bretagna durante il periodo vittoriano, a offrirci un prezioso aiuto in tal senso: autorevole pianista, didatta e musicologo austriaco, pubblicò una vasta messe di edizioni, trascrizioni e adattamenti destinati all’insegnamento del pianoforte, che finirono anche per estendere verso direzioni inattese il repertorio dell’esperienza e della cultura pianistica di quegli anni.

La sua monumentale collaborazione con le Edizioni Augener (fondate dal tedesco 220px-Beethoven_3George Augener nel 1853) produsse anche una trascrizione per pianoforte (a due mani) della Sinfonia Pastorale dalla quale è possibile desumere almeno tre utili spunti paradigmatici che potremmo forse arditamente definire “linguistico-compositivi”: l’implicazione macrostrutturale della differenza tra le Empfindungen (sensations) del titolo del primo movimento e i Gefühle (feelings) di quello del quinto e ultimo, che suggerisce di prestare specifica attenzione all’elaborazione della relazione tra i movimenti-cornice della sinfonia, qui esplicitata nel condiviso riferimento alla dimensione emotiva; il suggerimento microstrutturale che deriva dalla traduzione inglese Thunder-Storm dell’originario titolo Gewitter-Sturm del terzo tempo, che invita a non infrangerne la tensione all’unità rispetto a frequenti versioni odierne che la spezzano in Temporale, Tempesta o la annientano in un univoco Temporale; l’eliminazione dell’iniziale Hirtengesang (Canto di pastori) del titolo dell’ultimo movimento, che potremmo interpretare come volontà di fugare l’impressione che tale movimento conclusivo possa (ri)portare o aggiungere qualche nuovo, contraddittorio o fin qui inesplorato elemento al carattere (fin qui compiutamente, benché beethovenianamente) pastorale dell’intera sinfonia.

È a tutti (e, senza esitazione alcuna, a chi scrive) immediatamente evidente che la natura e la portata di tali indicazioni “linguistico-compositive” va comunque misurata sul terreno concreto del testo musicale di questa Sinfonia beethoveniana, nella sua ampia fenomenologia (manoscritto, edizioni, trascrizioni, ecc.) e nella sua compiuta comprensione teorica, analitica e culturale. Tuttavia, la frequente disattenzione degli specialistici nei confronti di tali dati di natura paratestuale (cioè, per così dire, ancillari e propedeutici rispetto al testo musicale vero e proprio) andrebbe superata a vantaggio di un più ampio orizzonte in cui la musica stricto sensu si veda più decisamente riconosciuto il suo status di ineguagliabile cultural practice, ad esempio secondo la prospettiva indicata da specialisti interdisciplinari del calibro di Lawrence Kramer (ora ritratto di BeethovenDistinguished Professor of English and Music presso la Fordham University di New York).

Si tratta di un obiettivo davvero auspicabile, che, sul versante della Pastorale, può contribuire a far cogliere più distintamente gli elementi fondamentali della sua architettura musicale e culturale: breviter per quanto riguarda il suo primo movimento, la natura dei due gruppi tematici che ne sorreggono la declinazione del principio della Forma-Sonata; le dinamiche che ne sostengono e ne elaborano l’interazione; la costituzione interna di entrambi i gruppi che, ad esempio nel caso del primo, gestisce in modo complementare i primi tre motivi che inaugurano il movimento sullo sfondo di una base tonale immobile ed il quarto “a corale”, che ne completa il profilo con una geniale suggestione di sapore “comunitario”.

© Riproduzione riservata

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