Estetiche vittoriane e neovittoriane: l’8° Convegno Cusve a Chieti

Francesca Caraceni (dottoranda di ricerca, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; tutor: Prof. Enrico Reggiani)

“Estetiche vittoriane e neovittoriane: testo, teorie e percorsi dell’immaginazione / Victorian and Neo-Victorian Aesthetics: Texts, Theories and the Paths of Imagination”, VIII Convegno Internazionale CUSVE (Centro Studi Vittoriani ed Edoardiani), Chieti 22-23 Ottobre 2015

Si è svolto, in concomitanza con le celebrazioni per il cinquantesimo anno dalla fondazione dell’Università di Chieti-Pescara, l’ottavo Convegno Internazionale di Studi Vittoriani, organizzato dal CUSVE (diretto dal Prof. Francesco Marroni) presso la sede di Chieti. Una ricca occasione di lavoro e scambio di idee, in cui numerosi studiosi hanno contribuito a fare il punto sulla problematicità teorica e metodologica dell’estetica vittoriana, riflesso incondizionato di un periodo storico culturalmente e criticamente “iperconnotato” secondo concezioni critiche che negli anni hanno subìto vieppiù revisioni e ripensamenti: qual era dunque, e qual è la modalità di percezione dei fatti culturali legati al secondo Ottocento inglese, e come questi dialogano col nostro presente?

Nel tentativo di dare una prima risposta, Silvana Colella (Università di Macerata) ha aperto i lavori preferendo offrire al pubblico un intervento a dominante sottilmente polemica, ma produttiva: se è vero che per troppo tempo gli Studi Vittoriani hanno sofferto di un regime metodologico di stampo “storicistico”, ossia di uno sguardo eccessivamente attento alla minuzia del dato storico a danno di un più razionale sguardo d’insieme, è anche vero che la reazione a questo genere di miopia critica non può essere l’attuale tendenza al presentism, ossia al voler adattare al proprio momento presente fatti e verità circoscritte a un ambito univ chietistorico periodizzato e concluso, come ad esempio indicato nel manifesto del V21 Collective.

Sulla periodizzazione, e auspicando una maggiore elasticità critica negli studi a seguire, si è soffermato brevemente anche Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), inquadrando la produzione poetica del primo Yeats nell’ottica di un “very long Nineteenth Century”. L’adozione di tale prospettiva sarebbe molto utile, poiché permetterebbe di inglobare nel Vittorianesimo anche certe tendenze epistemologiche di stampo romantico, definendole in termini di complementarietà o, piuttosto, di assonanza. È infatti nel concetto di soundscape, ossia nell’assonanza fra paesaggi uditivi che può essere tracciata una linea unitaria che, dalla percezione romantica del dato estetico arrivi fino a quella moderna di Yeats che, come si sa, si definiva retrospettivamente, nel 1931, “the last of the romantics” (Coole Park and Ballylee). Dall’episteme romantica all’eccezionale lavoro di Yeats, si potrebbero in questo modo ridefinire i connotati dell’estetica vittoriana in termini di mediazione e messa su pagina di paesaggi ‘percettivi’, per modulare in un continuum storico-culturale la netta divisione periodizzante che pare sussistere, ancora oggi, nello studio dell’una e dell’altra epoca.

Passando dal paesaggio sonoro a quello visivo, Michela Marroni (Università degli Studi della Tuscia) ha tenuto un’interessante relazione sui giorni italiani di John Ruskin, occupandosi prevalentemente della registrazione per iscritto e in forma di disegno, da parte di Ruskin, delle bellezze di Verona, sottolineando anche la fascinazione dell’intellettuale inglese per luoghi e visioni dello spirito (opposti alle utilitaristiche idee benthamiane), come il sepolcro di Guglielmo di Castelbarco. Gloria Lauri-Lucente (Università di Malta) si è occupata dell’adattamento cinematografico di The Age of Innocence (Martin Scorsese, 1993), individuando nella repressione paintingvittoriana dei costumi, il meccanismo-chiave di metonimizzazione del corpo (feticismo) rintracciabile anche in molti punti del testo filmico.

L’intervento di Anne-Marie Beller (University of Leicester) ha riguardato il carattere professionale della scrittura di Mary Elizabeth Braddon: “I am always divided between a noble desire to attain something like excellence and a very ignoble wish to earn plenty of money”. Dopo aver aperto con questa citazione, la studiosa ha proceduto a esemplificare l’estetica di Braddon inquadrandola in una dicotomia di stampo arnoldiano fra high and low art, rivelando le fonti francesi di Circe (1867): la Dalila di Feuillet (1857). Saverio Tomaiuolo (Università degli Studi di Cassino) ha esplorato la testualizzazione del tema dell’igiene e della percezione sinestetica dei miasmi provenienti dal Tamigi, all’epoca molto inquinato da sversamenti di ogni genere, tanto da aver causato un’epidemia di colera nel 1848. Di qui, dopo aver brevemente riferito della trattazione neovittoriana del tema da parte di Claire Clarke in The Great Stink (2006), lo studioso ha esplorato, mediante una selezionata metodologia di stampo storico-culturale, la concezione vittoriana di pulizia e igiene, riassumibile nel motto “cleanliness is next to godliness”. Francesca D’Alfonso (Università degli Studi di Chieti) si è invece concentrata sulla permanenza dell’estetica romantica in Arnold Bennett, collegandola in modo originale al concetto di velocità, e all’accelerazione della percezione visiva del paesaggio grazie allo sviluppo delle reti ferroviarie. D’Alfonso ha in particolare rilevato come in Accident (1928), l’autore abbia trasformato certe concezioni estetiche di stampo romantico in un’etica ecologista, dimostrando come Bennett fosse diventato, negli ultimi anni, estremamente critico nei confronti dell’idea di progresso.hdr-victorian-social-life-415

Laurence Talairach-Vielmas (Università di Tolosa) si è occupata di verificare quali connessioni tematiche possano esistere fra Medical Novels e Gothic Fiction, due generi letterari molto in voga nel periodo vittoriano, individuando nella centralità del corpo l’elemento comune ai due generi, e occupandosi nello specifico di The Case of George Dedlow (1866) di Silas Weir Mitchell. La relazione di Tania Zulli (Università degli Studi di Roma 3) ha esplorato il tema della percezione della bellezza associata al male in She (1877) di Rider Haggard. Per Zulli, si tratta di una testualizzazione tardo-vittoriana dell’estetica del romance, utilizzata come strumento politico di legittimazione dell’imperialismo britannico in Africa. Raffaella Antinucci (Università degli Studi di Napoli “Parthenope”) ha concluso i lavori della prima giornata, collocando il nonsense di Edward Lear al crocevia fra high and low art, accostando poi il metodo di composizione dell’artista inglese al concetto di pastiche messo a punto da Roland Barthes, e ha definito il potenziale ritmico e melopoietico del nonsense di Lear come una minaccia estetica all’ordine e alla moralità, inscrivendo le creazioni dell’artista victoriansnello stesso percorso di sovvertimento del realismo intrapreso da Lewis Carroll.

Richard Ambrosini (Università degli Studi di Roma 3) ha invece aperto i lavori il mattino del 23 ottobre, con l’intenzione di definire l’estetica tardo-vittoriana attraverso l’opera di Joseph Conrad. Secondo Ambrosini, esiste una stretta correlazione fra l’ostilità mostrata da parte dell’opinione pubblica inglese nei confronti della scrittura conradiana (contaminata dalla madre lingua dello scrittore e, dunque, impura) e il discorso imperialista. Ciò fa supporre che si possa tracciare una traccia di similitudine, almeno teorica, fra la situazione delle colonie e la difficile realtà di Polonia e Ucraina ai tempi di Conrad. Sulla stessa linea di pensiero anche Anna Enrichetta Soccio (Università degli Studi di Chieti), che ha parlato di George Meredith e della costruzione di un’estetica anti-vittoriana sulla base del linguaggio dell’autore. La studiosa ha messo in luce la caratura sperimentale degli scritti di Meredith (da Modern Love a Diana of the Crossways, passando per The Egoist), caratterizzati da un importante sincretismo fra lirica e narrativa, dall’emersione di una prima forma di flusso di coscienza e dalla trattazione di temi ‘scomodi’ quali l’ipocrisia alla base dell’istituzione del matrimonio e la IrishLouise_Rayner_Salisbury_The_Poultry_Cross Question. Secondo Soccio, questo rende Meredith uno dei principali anticipatori della rivolta modernista nei confronti dell’establishment vittoriano. Renzo D’Agnillo (Università degli Studi di Chieti) si è occupato di sistematizzare la questione della scolarizzazione in The Return of the Native di Thomas Hardy (1878), definendola in termini di sconfitta, mentre hanno concluso i lavori Philip Mallett (University of St. Andrews) e Jude Nixon (Salem State University). L’intervento di Mallett ha fatto eco a quello di Michela Marroni, approfondendo il rapporto di Ruskin con la spiritualità e il sentimento religioso. Per Mallett, tale sentimento si estrinsecava nella ricerca percettiva del Bello e del Vero come pilastri morali, soprattutto in architettura. Attraverso un selezionato apparato testuale, lo studioso ha messo in luce come il sistema estetico ruskiniano si reggesse su una concezione binaria comprendente architettura gotica e architettura romanica: le linee curve e sinuose della prima (sebbene emergessero storicamente dalle rigide forme romaniche) indicano una volontà di trascendenza e avvicinamento al divino propri del sentire protestante, il che definirebbe Ruskin un High Church Revivalist. Nixon, non discostandosi molto dal discorso teologico e religioso di Mallett, ha operato un’interessante comparazione fra il lavoro di illustrazione botanica di Anne Pratt e la poesia di Gerald Manley Hopkins, proponendo di riconoscere e sistematizzare, anche attraverso la lettura della poesia botanica di Charlotte Smith, l’emersione di un sentire religioso definito come Natural Theology.

Gli intensi giorni di lavoro hanno quindi messo in luce la necessità di una ridefinizione 17di certe tematiche connesse alla percezione del dato letterario ottecentesco, specie per quel che riguarda la dinamica oppositiva fra high and low art, e la messa su pagina di voci e pensieri in netta antitesi nei confronti del pensiero dominante. Il dato più interessante emerso dai vari interventi, comunque, è la dimostrazione di una continuità sostanziale fra le strutture epistemologiche romantica e vittoriana in termini di ecologismo, ricerca spirituale e vita religiosa: un ampliamento metodologico che, si spera, favorirà la pubblicazione di contributi che facciano perno non più su una rigida (ancorché rassicurante) periodizzazione, bensì su una visione che allarghi il compasso della ricerca letteraria verso un sincretismo di pensiero basato sull’intertestualità e su una produttiva prospettiva antropologica.

© Riproduzione riservata

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One thought on “Estetiche vittoriane e neovittoriane: l’8° Convegno Cusve a Chieti

  1. A parte le notizie relative al convegno CUSVE, ho visto che si tratta di un blog vivacissimo, un forum per discutere di letteratura e anche un modo per andare oltre la letteratura stessa.
    La centralità di Yeats e l’Irlanda non rende meno importanti gli altri temi: ho appreso
    dal blog le iniziative su Shakespeare tenutesi nel 2015… Complimenti!

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