Dickens e l’economia in Dombey and Son (1864-1848): lettera a Pietro Citati

Caro Citati,Dombeyson_serial_cover

come di consueto, ho letto con piacere una sua recente “rivisitazione”: quella che ha dedicato a Dombey and Son, uno dei romanzi di Charles Dickens (1812-1870) che prediligo, e che è apparsa sulle colonne del Corriere della Sera il 31 dicembre u.s. con il titolo “Dickens, il vizio del lieto fine”. Mi ha sorpreso, tuttavia, la (quasi) totale assenza di attenzione nei confronti di quegli elementi testuali di natura econoletteraria che costituiscono il geniale proprium di questo romanzo e che non possono essere trascurati in sede critica senza produrre gravi conseguenze sull’esito di qualsivoglia interpretazione.

Come mi è capitato di scrivere altrove, Dombey and Son – il cui titolo completo suona Dealings with the firm of Dombey and Son. Wholesale, Retail, and for ec(h)onomics 4Exportation (1846-48) – non è certo uno dei romanzi più noti del romanziere inglese Charles Dickens (1812-1870), ma ne rappresenta di sicuro uno dei frutti più maturi (e di più impegnativa lettura, considerata anche la mole insolitamente cospicua perfino per un romanzo di Dickens…). […]

Per quanto riguarda la testualizzazione dell’esperienza e della cultura economiche che vi è praticata, sarebbe semplicistico sbrigarsela con la generica constatazione che, nella vasta architettura del romanzo Dombey and Son, come spesso accade in Dickens, la dimensione economica emerge fin dall’inizio e distorce ogni sfumatura interiore eddrama esteriore dei gesti di Dombey, il “duca di York della finanza”, il “colosso del commercio”: perfino quelli che egli dedica – confondendo paternità ed imprenditorialità – al prediletto figlio Paul, moneta d’oro zecchino “nel capitale costituito dal nome e dalla posizione della ditta”. In realtà, Dombey and Son propone una raffinata trasposizione narrativa: a) delle sorti del capitalismo mercantile nella sua epoca; b) dell’impatto prodotto dalle illimitate potenzialità dell’innovazione tecnologica (qui rappresentata dall’onnipresente ferrovia, per il protagonista “l’immagine di quel mostro trionfante che è la Morte!”) sull’esistenza e sulla personalità dei protagonisti; c) dell’ossessione del denaro che infiamma Dombey (“Quando sarai grande, sai, il mio denaro sarà anche tuo e lo useremo insieme… Su, Paul, questo è proprio il modo per essere Dombey e Figlio e diventare ricco”), alla quale si contrappone il progetto (economicamente) Dickens-1864“deviante” del Figlio: “voglio mettere tutti i miei soldi insieme in una banca, non cercare di averne di più, andarmene in campagna con la mia cara Florence, avere un bel giardino, campi boschi, e vivere lì, con lei, per tutta la vita!”

Ma c’è ben di più. A mio avviso, nel “first chapter” di Dombey and Son, Dickens strategicamente ed “emblematically reconstructs the fluid and hybrid Victorian phase of the cultural evolution of the firm”. Se dovesse interessarla, può leggere il seguito delle mie riflessioni econoletterarie in un mio saggio reperibile in questo link.

Cordiali saluti, grazie dell’attenzione e buona lettura.

Prof. Enrico Reggiani

© Riproduzione riservata

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