A un giovane pianista: la musica o la tastiera?

beethoven non era carinoUn giovane e promettente pianista, vincitore di numerosi premi internazionali. Un programma da concerto per pianoforte solo da Scarlatti a Ravel: intrigante sul piano dello showbiz, culturalmente ricco di spunti, musicalmente accattivante. La sua tecnica è agguerrita, non ha limiti di potenza (anzi…), risorse timbriche e digitali adeguate.

Eppure, al di là dell’amore incontenibile di chi scrive per gli 88 tasti, qualcosa non torna come potrebbe e come dovrebbe: l’approccio agogico, dinamico e timbrico di Scarlatti lo traveste da Scriabin (!); il fraseggio del secondo tempo di Haydn sembra rubato alle sonate di mezzo di Beethoven (come minimo); l’Appassionata è troppo appassionata e rischia di rendere irriconoscibile la passione (di inizio ottocento) che dovrebbe rappresentare musicalmente; i pilastri strutturali di Ravel (ad esempio, il pedale armonico di Ondine, quello in ottave di Le Gibet, per tacere del pensiero compositivo che sostiene Scarbo) frastornano Gaspard che perde il filo de la nuit; il Dante lisztiano è talmente fantasioso dasonetto 104 smarrire per strada il suo aspirare ad essere quasi sonata. Che pignolo, direte voi! Ma no, il pellegrinaggio petrarchesco dell’Abate è convincente, culturalmente, musicalmente, esecutivamente (avverbi che val la pena di tenere sempre presenti e distinti).

Tuttavia, proprio per questa riuscita interpretazione del sonetto pianistico lisztiano, il concerto lascia un po’ di amaro retrogusto e fa andare con la mente a Schumann. Pignolo anche lui? Vedete voi: schumannd’altra parte, è lui, quello che scriveva (lo riportiamo in tedesco per gli infaticabili e prestigiosi animatori di un’importante istituzione pianistica dell’Assia che ha promosso il concerto) tanto “du mußt es so weit bringen, daß du eine Musik auf dem Papier verstehst”, quanto “legt dir Jemand eine Composition zum erstenmal vor, daß du sie spielen sollst, so überlies sie erst“.

Ci prendiamo la libertà di attualizzare tali intuizioni del genio infinito di Zwickau come invito agli interpreti perché pongano a se stessi il traguardo della densità culturale della musica, della priorità della comprensione cultural-musicale del repertorio rispetto alla sua mera esecuzione iperindividualizzata e iperindividualistica. Ai nostri giorni è un traguardo che suona persino come imperativo categorico di barenboimgrande rilevanza educativa e sociale. Così, forse, fra una cinquantina d’anni si potrà evitare di ripetere quanto ha affermato Daniel Baremboim nel 2014: “Formare le nuove generazioni è fondamentale. Sono 50 anni che musica e cultura generale non dialogano più tra loro. Non è un problema solo italiano, ma internazionale”. E se lo ha detto Baremboim, che non ha certo avuto un ruolo marginale nella cultura musicale degli ultimi 50 anni…

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