Uno sforzo di purificazione per Shakespeare

220px-Shakespeare_Portrait_Comparisons_2riprendo un pezzo sul Re Lear di Michele Placido scritto da Alessandra Quintavalla, che ha cortesemente interpellato il blogger e che potete trovare qui nella sua fonte originale.

In un tempo lontanissimo, ma ancora così presente, un poeta, drammaturgo e attore di nome Shakespeare fece incontrare due storie. Quella di un Re che si chiamava Lear e delle sue tre figlie; con quella del conte di Gloucester e dei suoi due figli: il legittimo Edgard e il bastardo Edmund. Raccontò talmente bene quest’intreccio che, da quel momento in poi, nessuno è più riuscito a dimenticare il suo capolavoro. Dal 24 febbraio all’8 marzo al Piccolo Teatro Strehler di Milano, Michele Placido e Francesco Manetti hanno raccontato un’altra volta, ma in un modo tutto diverso, quella bella vecchia storia di Re Lear.

Sul palco giace stanca una corona spezzata che troneggia ancora, ma solo per ricordare quello che non c’è più e quello che rimane.

Il dramma inizia con Re Lear che decide di abdicare, non senza prima chiedere alle sue figlie di lear1verbalizzare il loro amore: un rituale necessario quanto inutile che costituirà la sua tomba. Saranno Gonerill e Regan, le figlie dal cuore falso, a ricevere in dote le terre del Re. Cordelia, invece, che dichiara semplicemente di amare Lear tanto quanto una figlia può amare un padre, verrà diseredata. “Che la tua sincerità sia la tua fortuna” la rimprovera Lear.

Da qui sembra rovesciarsi anche il mondo. Un susseguirsi di tradimenti, maledizioni e infimi intrighi che genereranno l’ira degli dei. Tutto va in frantumi: la follia umana è libera di infilarsi dappertutto. Arrivano il sangue e il dolore.

lear2Il testo del “Re Lear” offre una profondità potenzialmente infinita. Vi è illustrata l’assurdità della vita, ma soprattutto un lungo e tormentato “itinerario di conoscenza”, in cui si impara a diventare Re per davvero. Lear si ritrova per la prima volta a contemplare la vita, a conoscere il distacco, e quello che accade a lui poi diventa universale: nel male e nel bene. Perché il bene rimane comunque, anche quando sembra perduto; ce lo dimostra in primis il Fool (interpretato da Brenno Placido) che rimane vicino a Lear, affinché il bene, anche se non premiato, almeno persista.

Tuttavia, la scelta registica appare quella di una curiosa semplificazione della tragedia che porta ad un complessivo e sostanziale “depotenziamento”. Ma anche di caricature, amplificazioni e inserimenti, attualizzazioni, a volte funzionali a volte meno. Esasperazione ed eccessivo disarmo, mostrano un’indecisione tra il desiderio di volare in alto e la tendenza a rimanere sdraiati per terra.

Placido pare richiamare uno per uno tutti i personaggi shakespeariani cambiando loro “l’abito” e lear3implorandoli di diventare un po’ pop, un po’ dark, un po’ sfacciati. Ad alcuni personaggi va meglio, come nel caso di Edgar, interpretato da Francesco Bonomo, che è protagonista di scene intense e molto suggestive. Le vesti di Edmund sono invece più scomode, difficili, indossate però da un energico Giulio Forges Davanzati. Forzatamente audaci sono quelle regali di Gonerill e Regan, rispettivamente Marta Nuti e Maria Chiara Augenti. Mentre Federica Vincenti è una Cordelia dal canto soave. Lear, personificato dallo stesso Placido, è un Re che va in scena fisicamente in mutande, e che vede forse troppo presto allentare la forza della sua ragione.

C’è da dire che Shakespeare viene definito: “la grande festa del linguaggio”. Una festa che, da sola, assicura raffinati giochi di pensiero. Una festa che non richiede chissà quali abiti, ma gradisce quello elegante.

lear imageConcludo riportando un interessante commento su questo spettacolo, e su Shakespeare, del Professor Enrico Reggiani, docente dell’Università Cattolica, nonché esperto di letteratura inglese e collaboratore del Piccolo Teatro e del Franco Parenti, con il quale ho avuto il piacere di fare un’informale chiacchierata: “Non dobbiamo far credere alle persone che il teatro sia qualcosa di altro da una forte esperienza culturale, quindi difficile; se lo trasformiamo in cabaret chi ci perde siamo noi che ci occupiamo di teatro. È talmente forte la parola di Shakespeare che farei uno sforzo di purificazione. Ci farebbe talmente bene sul piano dell’igiene mentale… perché recupera la capacità che abbiamo di vedere ciò che diciamo. Sarebbe bello ascoltarlo e basta, vedere poca roba, movimenti relativi, solo quelli necessari.”

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