Prima Shakespeare, please, poi ogni altra cosa…

logo play the criticYaryna Shmyhelska (studentessa del corso annuale di Letteratura Inglese 2, tenuto dal Prof. Enrico Reggiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2014-15)

Dal 29 al 31 Ottobre 2014, al Teatro Oscar di Milano, sono stati messi in scena 30 dei 154 sonetti di Shakespeare, nella rappresentazione “ShakEspeareSonnets”, regia e interpretazione di Alessandro Pazzi, accompagnamento all’arpa di Alessandra De Stefano.

Entro nella sala teatrale. Sipario aperto. Sul palco appaiono in disposizione triangolare alcuni elementi scenici. In primo piano a sinistra un leggio e uno sgabello d’antiquariato, a destra un’arpa; in secondo piano, al centro, due sedie leggermente disposte ad angolo, sulle quali giacciono due plichi distinti di fogli di carta pergamenacea. Sullo schienale delle due sedie, due casacche in velluto, una blu e una200px-Sonnets1609titlepage rossa.

Buio. Una voce fuori campo echeggia in lingua inglese. “To the inspirers…” Silenzio.

Attore e arpista entrano in scena e raggiungono le rispettive postazioni. Tolta ed indossata la casacca blu, e sollevati i fogli dalla sedia, l’attore presenta la prima parte dei sonetti: “Dell’amore per il bel giovine”. Si dirige al suo leggio, e le luci spostano l’intera attenzione su di lui, mentre l’atmosfera si colora di blu.

Con impeto e vigore risuonano le traduzioni di Roberto Sanesi, in un’ interpretazione che ha l’intento di rendere i sonetti il più fedelmente possibile all’originale, come se fossero scritti nel momento stesso in cui vengono pronunciati dall’attore. Difficile tuttavia attestarne la fedeltà, vista la traduzione, e l’irripetibile personalità di un autore come Shakespeare.

SonnetsDedicationLo spettacolo si svolge con un’alternanza di sonetti e brani musicali eseguiti dall’arpista, intervallati da sporadici interventi della voce fuori campo. Terminata la parte “maschile” dello spettacolo, la casacca blu viene abbandonata per far spazio a quella rossa e ai rispettivi sonetti: “Della donna scura”.

Finita la lettura dei sonetti, le due sedie vengono messe in disposizione orizzontale, i fogli e la casacca sistemati nuovamente sulle due sedie. La contrapposizione di maschile e femminile viene interrotta, ricondotta ad una nuova armonia: “Let me not to the marriage of true minds / Admit impediments.” Il sonetto 116, forse il più famoso, chiude significativamente la rappresentazione e l’ultimo verso viene ripetuto tre volte dalla voce fuori campo: “Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato”.

Al termine dello spettacolo Alessandro Pazzi spiega la difficoltà nel mettere in scena un testo poetico,alessandro pazzi insistendo sul concetto di traduzione e resa del significato originale: “Secondo me questa traduzione (di Sanesi, ndr) è quella che più permette di rendere il verso shakespeariano; i sonetti sono quasi un diario intimo, una riflessione, una sorta di flusso di coscienza e io volevo che questo venisse fuori dalla mia messa in scena.”

Effettivamente, nell’esposizione dei sonetti, non si capisce quando un sonetto si conclude e quando ne comincia uno nuovo, a patto che…

[il resto dell’articolo è reperibile in questo file scaricabile. © Riproduzione riservata].

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s