Una pace oltre il tritono: Wilfred Owen nel War Requiem op. 66 di Benjamin Britten

Il saggiatore musicaleEnrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano), relazione libera presentata al XVIII Colloquio di musicologia del “Saggiatore Musicale”, Bologna, 21-23 novembre 2014 

Se (come spesso accade in Britten) l’unità sonora tra passato e presente è anche la caratteristica cultural-musicale del War Requiem, è indizio di (giornalistica) superficialità ermeneutica rilevarne l’eventuale “discontinuità negli esiti” e contrapporla a una sua presunta capacità di sddisfare “diversi palati”. Bisogna, invece, ascoltarne con attenzione l’ipogramma compositivo, ovvero la radice profonda custodita per anni e incarnata musicalmente: quell’“idea o germe puramente musicale che precede lo stimolo esterno” (B. Britten, How a Musical Work Originates, 1942).

   Nella prima sezione del War Requiem tale “idea o germe puramente musicale” è introdotta senza mediazioni fin dall’inizio e meriterebbe maggiore attenzione analitica: sull’implacabile dissonanza melodica dell’intervallo do-fa# siBenjamin Britten muovono dapprima non in sincrono, poi in modo omoritmico, le voci miste del coro che scandiscono una – in apparenza – irraggiungibile Requiem Aeternam. Sarà proprio l’anima lacerante di questo intervallo, il mitico tritono, a sostenere il pensiero compositivo dell’intero War Requiem, indirizzandone l’energia simbolica e consentendo persino a chi lo ascolta di concepire l’affascinante illusione di disporre davvero di un udito strutturale (per dirla con la straordinaria intuizione analitica di Felix Salzer).

   La materia melodica del tritono si intreccia con la semantica dei testi in latino ed in inglese, accompagnandone le intenzioni ed indirizzandone la comprensione: anzi, addirittura adattandosi e accettando di modificarsi per facilitarla e per fondare musicalmente l’orizzonte simbolico di ciò che il compositore intende comunicare. La disposizione verticale del tritono costituisce il fulcro e, al tempo stesso, la cornice dell’architettura armonica del War Requiem, indirizzandone dialetticamente lo sviluppo, sempre in profonda sintonia con la materia verbale dei testi, per il cui trattamento prosodico Goffredo Petrassi (1904-2003) espresse grande ammirazione nel 1982: “mi pare che una prosodia così attenta, così giusta e così capillarmente rilevante come quella di Britten, sia molto difficile trovarla, anche in altre lingue”.

 235px-Wilfred_Owen_plate_from_Poems_(1920)  Altrettanto fondativo, nel War Requiem, è il ruolo del tritono in tutti gli altri piani del processo compositivo: si tratti delle strutture (profonde, intermedie e superficiali), delle scelte timbriche, delle dinamiche (cioè dei rapporti tra le intensità sonore), delle agogiche (cioè della gestione delle differenti intenzioni motorie), ecc. Talmente fondativo è il tritono, che il suo finale e definitivo superamento manifesta, grazie alla straordinaria sapienza di una lungimirante visione tecnica e artistica, l’espressione di un possibile contributo del compositore inglese allo sforzo di pacificazione: un contributo, direbbe forse Britten, che, pur ritenendo di dover evitare la partecipazione diretta al conflitto, sceglie comunque di impegnarsi almeno indirettamente, seguendo “quella linea di servizio alla comunità che la mia coscienza approva e che la mia formazione rende possibile” (dichiarazione all’Appellate Tribunal, 1942).

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