L’Amleto anacronistico di Lorenzo Loris

logo play the criticRenata CruiniChiara Nifosi, Elizabeth Jane Rice (ex-studentesse del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia Inglese – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Lorenzo Loris ha nel repertorio del suo Teatro Out Off il suo Amleto, progetto a lungo inseguito e infine realizzato. Il noto regista della scena teatrale milanese si cala nella parte di un inetto e maturo principe di Danimarca, scelta che rimette in discussione i rapporti d’equilibrio tra i diversi personaggi: il giovane Amleto diventa un uomo ormai fatto e finito, dilaniato dal dubbio, circondato da interpreti che mettono in risalto la scelta atipica del regista. La confusione e lo spaesamento di fronte all’impossibilità di trovare una via d’uscita portano Amleto a raccogliersi su se stesso, anche fisicamente.

amleto 1Il dramma shakespeariano è collocato da Loris in un contesto cronologico indefinito, benché altamente organizzato dal punto vista spaziale: la scena è divisa in due spazi, separati da un telo semi-trasparente oltre il quale hanno luogo le scene ambientate all’esterno del castello di Elsinore. Se l’interno è rappresentato come uno spazio intimo e relazionale, in cui i personaggi interagiscono tra loro, l’esterno si caratterizza come un luogo ovattato da cui le voci degli interpreti giungono alla platea in un’eco lontana. La scena è spesso accompagnata da musica, in modo a tratti discontinuo e senza una reale corrispondenza tra emozione, gesto e melodia. Le percussioni, invece, mettono in risalto il pathos di alcuni passaggi con puntualità ed efficacia.

Merita un’attenzione particolare la resa dell’evoluzione dei vari personaggi, ognuno con un suo peso e una sua rilevanza. Se da un lato l’improvvisa pazzia di Ofelia è, come nel testo shakespeariano, rivelatrice degli squilibri diamleto 2 una realtà che nemmeno Amleto riesce ad afferrare completamente, e dà inizio alla progressione tragica che condurrà al ben noto epilogo, la follia di Amleto sembra non compiersi fino in fondo e non sostenere il ruolo fondamentale che il Bardo le attribuisce, quello di vera e propria impalcatura drammatica: è per questa ragione che l’Amleto di Loris sembra piuttosto un palazzo pronto a crollare, incapace di reggersi su solide fondamenta, e in cui domina un generale senso di confusione.  

Risulta molto coinvolgente la scelta di sfruttare tutto lo spazio a disposizione degli interpreti, compresa la platea: è così che nella scena della play-within-a-play la coppia reale e Polonio si siedono in mezzo al pubblico, e assieme a loro Ofelia e Amleto. Tuttavia, la collocazione di alcuni momenti centrali della tragedia fuori dallo spazio della scena (su tutti il famoso soliloquio “essere o non essere”, pronunciato alle spalle del pubblico) appare discutibile, poiché out offnon vengono così percepiti come funzionali al dramma.

Nel complesso, Loris si attiene fedelmente al testo di Shakespeare, senza apportare significative modifiche, fatta eccezione per l’omissione delle scene in cui compare Fortinbras: nella play è il suo arrivo ad Elsinore subito dopo la morte di Amleto e degli altri personaggi a rappresentare il ristabilimento dell’ordine tipico dell’ideologia tardo-rinascimentale.  

Loris si conferma ottimo mentore per giovani attori, che sotto la sua guida riescono a mettere a frutto il proprio talento. Inoltre, il regista dimostra di saper gestire la scena, sempre ben occupata dal dinamismo degli interpreti. out off 2 

In conclusione, l’idea di mettere in scena un Amleto anacronistico, come dichiarato nella presentazione dello spettacolo, sembra un ideale incapace di tradursi nelle scelte drammaturgiche, restando così un’intenzione realizzata a metà. Il rischio è presto svelato: lo spettatore meno avvezzo ai meccanismi shakespeariani potrebbe avere delle difficoltà a trovare una giusta chiave di lettura dell’opera, disperdendo così il senso profondo della tragedia.

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