Dalla vita al teatro e dal teatro all’Amleto: Bob Wilson al Franco Parenti

shakespeare's circleChiara Nifosi (dottore magistrale in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere, Università Cattolica del Sacro Cuore)

Dal generale al particolare, con la calibrata lentezza dell’istrione che sa gestire i tempi e gli spazi della scena: la conferenza di Bob Wilson al Teatro Parenti il 4 febbraio scorso è stata la celebrazione dell’essere artista a tutto tondo, il cui gesto nasce da una filosofia, da una visione del mondo, da un’idea di ciò che il teatro dovrebbe essere.

Ma il teatro, fortunatamente, non è solo astrazione, e nasce dall’esperienza quotidiana, soprattutto da quella piùbob wilson straniante. Forse è per questo che Bob Wilson ha scandito il suo intervento in vari momenti segnati da alcuni incontri con persone che, attraverso la loro disabilità e il loro restare dietro le quinte del mondo, hanno saputo personificare quello che il teatro deve essere per il grande attore e regista americano: significatività in ogni gesto, in ogni movimento, comunicazione che nasce prima del suono, con la sola presenza del corpo.

La sala si presenta gremita, una breve presentazione precede l’ingresso in scena di Wilson, che esordisce con qualche minuto di silenzio. Come a far capire immediatamente che la definizione di “conferenza” gli sta teatro franco parentistretta, o meglio che una sua conferenza non può non essere anche in una certa misura uno spettacolo. L’ingresso del pubblico nell’evento è l’intermezzo studiato, furbo, del teatrante che sa di potersi permettere tutto.

Bob Wilson fa del preambolo al suo Amleto il centro dello spettacolo stesso, ripercorrendo per un’ora e un quarto alcune delle tappe fondamentali della sua carriera: il salto dalla cittadina di Waco, in Texas, a New York, e la frequentazione dei teatri della Grande Mela, con la predilezione per artisti quali Merce Cunningham e John Cage; poi racconta dell’incontro con Raymond, ragazzo sordo conosciuto e adottato da Wilson come figlio e come strumento di una ricerca sui meccanismi del “reasoning” del corpo. Lo stretto contatto con Raymond gli permette di capire che attraverso il movimento si può liberare il suono, e che dunque è sul movimento chebob wilson's hamlet deve innanzitutto lavorare in quanto attore e regista. Poi è il turno dell’autismo di Christopher, all’epoca ragazzino di tredici anni, e delle sue sequenze di parole, apparentemente sconnesse eppure disposte in schemi ripetitivi e paralleli, messe senza paura da Wilson al centro dei suoi spettacoli. Egli elabora così un teatro che sembra il frutto dell’isolamento e del ricongiungimento in scena di tutte le unità quasi impercettibili che compongono l’atto della comunicazione.

È solo dopo questa lunga introduzione, quando ormai lo spettatore ha forse dimenticato di essere seduto in platea per ascoltare una conferenza sull’Amleto, che l’Amleto di Bob Wilson compare, nella trasposizione on the spot dell’ultima bob wilson 2scena del dramma offerta da quello che ne è stato il suo interprete. Dal silenzio al movimento, dal movimento alla parola: il procedimento dell’artista americano è sempre il medesimo. In questi pochi passaggi è racchiuso il senso del teatro, del teatro tutto o del teatro secondo Wilson a ognuno il compito di giudicarlo. La platea ha certamente apprezzato, tributando al mattatore della sua serata un lunghissimo applauso, ed uscendo senz’altro arricchita da un intervento in cui, tuttavia, si manifesta forse un atteggiamento che può essere pericoloso qualora non ci si trovi di fronte ad un artista, come lo è Bob Wilson, ma solo ad un mattatore: il personalismo che si mette davanti al teatro annientandone la dialettica con il testo e la tradizione con cui esso si confronta, la dialettica con il senso critico di chi ascolta. Bisogna essere pronti, a volte, per saper ascoltare un maestro.Hamlet's monologue

Nel complesso, il salto (vertiginoso, vista la posta in gioco) dalla vita al teatro, e dal teatro all’Amleto, è stato tutt’altro che scontato per un pubblico poco avvezzo a questo tipo di evento. Ha aiutato senz’altro la proiezione di “Hamlet: a Monologue”, che ha seguito la conferenza e a cui purtroppo solo una parte del pubblico ha partecipato. Solo vedendoli in azione, quei principi di assoluta fermezza possono davvero spiegarsi, e lo spettacolo di Wilson conserva il suo grado di bellezza oltre ogni possibile spiegazione alternativa, dislocata, allusiva. Abbiamo scoperto molto di Bob Wilson, sentendolo parlare, ma poco sappiamo in più dell’Amleto shakespeariano, e di come da esso sia nato un monologo plasmato dalle sue innovative doti registiche. [© Riproduzione riservata]

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