Tito Andronico a Shakespeare: “ti cerco e non ti trovo…”

Melania Mauri (studentessa del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia IngleseUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Un palco rettangolare, una croce rossa latina disegnata sulle assi sceniche che collega i quattro elementi della scena. A destra dello spettatore un appendiabiti-albero i cui frutti sono un vestito del primo novecento e un paio di scarpe del 1600. Sulla sinistra un telefono rosso e un paio di occhiali rossi da sole di quelli che ogni giorno vediamo girando per le strade. Davanti in un innaffiatoio, ovviamente rosso, con alcuni amarillis bianchi recisi. Sul fondo un trono ai cui lati sono posti due forzieri. L’elemento che subito colpisce è il manichino vestito di bianco, senza mani e come ci suggerisce il sangue che cola dalla bocca senza lingua appeso sopra il trono a dondolo di Tito. E’ Lavinia, già mutilata ancor prima dell’inizio.

   Con un breve conto alla rovescia inizia lo spettacolo “Titus – Studio sulle radici” al Teatro Litta di Milano. In scena si presenta un anziano uomo che si muove lungo la prima direttrice – la memoria – che porta ai fiori senza radici. Lo scorrere dell’acqua sui fiori riporta in vita i ricordi di un passato ancora vivo. Ed è proprio il passato che torna in scena dopo l’uscita dell’uomo che ormai abbiamo compreso essere Tito. E’ Tito il centro focale della tragedia, solo lui ha realmente corpo e voce, gli altri personaggi devono accontentarsi di usufruire del suo corpo e della sua voce per brevi momenti. La scelta di un solo attore detta regole precise:  eppure, la rappresentazione non perde valore, assume una prospettiva e un cronotopo diverso. Il tempo in cui ci muoviamo è quello di Tito: è lui che avvia e stoppa la radiolina da cui apprende molti degli avvenimenti che stravolgono la sua vita. Lo spazio è a disposizione solo di Tito: anche quando Tamora emerge rabbiosa, in lui i suoi movimenti sono sempre limitati a pochi passi.

   C’è un solo personaggio che ha diritto ad essere fisicamente presente ma senza voce: Lavinia. Il vestito-frutto dell’appendiabiti-albero è la figlia del generale e si colloca sulla direttrice del futuro: il frutto dell’albero è la progenie di Tito. E’ lei, sicuramente, il personaggio che attrae l’attenzione del pubblico: sebbene silente, ha il maggior potere evocativo sulla scena. Sappiamo da subito che la relazione Lavinia-Tito non potrebbe esistere senza il padre: infatti, i movimenti della figlia mutilata dipendono da quest’ultimo. Tuttavia, pur non essendo dotata di un proprio corpo, la fanciulla “vive” anche indipendentemente ad ogni spostamento d’aria.

   Anche gli altri figli vivono attraverso il padre, come croci disegnate sul palco, ma non hanno la possibilità di parola che viene data all’unico personaggio che nella storia non può parlare. Sono, però, proprio loro che azionano l’ingranaggio autodistruttivo della vendetta, che viene ripercorsa attraverso le cronache trasmesse dalla radio portatile del generale. E’ tornando verso il trono che Tito ascolta le notizie: si muove su quello che potremmo chiamare asse dell’azione.

Dai due forzieri estrarrà, come un prestigiatore, oggetti il cui ruolo scenico potrebbe sembrare improbabile (come i poveri ortaggi brutalmente assassinati), ma che risvegliano la nostra curiosità. Comparirà addirittura un copione che, per pochi attimi, riuscirà a riportarci alla dimensione reale nella quale sappiamo che ciò che accade in scena è finzione.

   Eppure il dolore di Tito è vero. Non è solo psichico o fisico: è un dolore così forte che stravolge tutto; non colpisce solo l’uomo ma l’intera tragedia. … [il resto dell’articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

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