Il “Titanic myth” secondo il poeta irlandese Derek Mahon

(da) Enrico Reggiani, In attesa della vita. Introduzione alla poetica di Derek Mahon, Milano, Vita e Pensiero, 2005 (seconda ristampa), pp. 327-335

   Se in “Canadian Pacific” la voce poetante aveva  effet­tivamente  tentato di affrancarsi dai vincoli della propria  cos­cienza e della propria storia trasferendosi in una cornice  topo­grafica e simbolica affatto diversa e materializzando nei percor­si testuali i contenuti e le implicazioni di una macneiciana GLAD SAD  POETRY OF DEPARTURE, “As God is my Judge” manifesta con  impietosa  evidenza  l’esito di tale  tentativo,  forse  già anticipato  dal dato macrotestuale della presenza del  “washed-up flotsam of  winter”  sulla scena di “April  on  Toronto  Island”. Una suggestiva anticipazione in proposito è offer­ta dall’esame di alcune variazioni paratestuali che differenzia­no le tre versioni reperibili del ventiquattresimo componimento [della raccolta Night-Crossing (1968)]: all’iniziale  microtitolo  di “Night-Crossing”, cui  s’aggiunge  la firma “BRUCE ISMAY”, seguiranno infatti “Bruce Ismay’s Soliloquy” dei Poems 1962-1978 con  l’eliminazione  del riferimento  religioso e dell’ormai pleonastica firma, ed il più recente “After the Titanic” dei Selected Poems, in cui, con la definitiva identificazione  del misterioso evento ritratto, evapora invece ogni indizio testuale della presenza  di Ismay.  Ne  consegue la facile previsione che  la  voce  poetante possa  accingersi a confessare un’esperienza analoga a quella  di uno degli sventurati passeggeri del transatlantico britannico che s’inabissò nel 1912 dopo la collisione con un iceberg.  

   Il  “Titanic  myth”,  che “properly speaking,  conforms  to  a Promethean archetype, whence its perennial fascination”,  occupa un posto privilegiato nell’immaginario del poeta di Belfast, che, in  un ampio e significativo passaggio di una recente  intervista che è opportuno riportare integralmente,  ha ammesso di subire il fascino  degli  “shipwrecks” e, in particolar modo, proprio  di quello  del Titanic, “this symbol of an age long past”… [il resto del capitolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

NB questo volume è stato recensito – tra gli altri – da Renzo S. Crivelli (Il Sole 24 Ore, 28.7.1996, p. 26) e Alessandro Zaccuri (Avvenire, 1.10.1996, p. 18). Gino Scatasta lo ha definito un “lungo e accurato studio italiano” della poetica di Derek Mahon (in “Poesia irlandese: Heaney e gli altri”, L’informazione bibliografica, 3 (luglio-settembre 2001), p. 355).

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