“Quel che volete”… ma ne siete davvero sicuri?

Matteo Fraccaro, Chiara Nifosi, Elena Pistoni (studenti del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia IngleseUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Uno spettacolo convincente e soprattutto coinvolgente, questo nuovo adattamento de La Dodicesima Notte di William Shakespeare ad opera di Lorenzo Loris, messo in scena al Teatro Out Off di Milano, che non manca di andare oltre i toni della commedia per approdare ad una riflessione ben più profonda e concreta di un rassicurante lieto fine.

Il primo sentore di anomalia, di rottura dell’ordinario arriva già dalla scelta del titolo “Quel che volete – La Dodicesima Notte”: un ribaltamento in piena regola dell’ordine canonico con cui siamo abituati a riconoscere questa commedia shakespeariana. La scelta registica di Loris mette subito in chiaro quali siano le coordinate spazio-temporali della rappresentazione: siamo sul transatlantico “Illiria”, versione fluttuante dell’ambientazione originaria. Non appena il palcoscenico prende vita risuona un monotono sciabordio di onde lontane e un leggero stridio di gabbiani in volo sul mare. Visto che anche l’occhio vuole la sua parte, un video d’accompagnamento inizia a proiettare le immagini di un transatlantico alla sua partenza dalla banchina. 

Luci soffuse s’accendono sul fondale nero opaco. Gli elementi sulla scena non sono molti: un pianoforte a muro, bitta e gomena, un divano in pelle,  cordame vario, sedie e tavolini quasi fossimo in un caffè di Parigi. Il tutto appare immerso in un’aura anni ‘20-30. Si tratta giusto di qualche abbozzo, qualche linea tratteggiata che all’occorrenza, e senza bisogno d’inferenze magistrali, potrà assumere la forma di un molo d’attracco, un salone da ballo, una sala da tè o un ponte di coperta: quasi a voler richiamare proprio il teatro elisabettiano di Shakespeare, in cui non era la scenografia, bensì la forza evocativa della parola a condurre il pubblico nei luoghi della vicenda, e a completare i dettagli mancanti.

Ma qui, in più, oltre all’alternarsi delle immagini proiettate a sinistra del palcoscenico, abbiamo la musica. Brani di Cole Porter e Nat “King” Cole, altre melodie suonate sulla scena al pianoforte, e alcune canzoni interpretate dagli attori stessi: il tutto concorre a ricreare l’atmosfera del periodo. Una discreta importanza attribuita alla musica, insomma, che del resto è elemento fondamentale nella comprensione di molte opere di Shakespeare, e de La Dodicesima Notte in particolare. Tuttavia in questa rivisitazione, sebbene il giullare Feste canti i suoi brani come nel testo originale, siamo ben lontani dalla teoria musicale del periodo elisabettiano, con la sua distinzione tra musica humana e musica mundana. Di conseguenza, sembra crearsi una dicotomia tra le canzoni rinascimentali e quelle moderne,… [il resto dell’articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

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