La musica, il fil rouge della Dodicesima Notte

Elena Pistoni (studentessa del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia IngleseUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Una “edizione straordinaria”, al Bistrò del Tempo Ritrovato di Milano, questo quarto incontro della serie The Food of Love (curata dal Prof. Enrico Reggiani) del 2 febbraio dedicato a The Twelfth Night, sia perché era stato rimandato rispetto alla data originaria in novembre, sia per la poco usuale quantità di neve all’esterno a ricoprire alberi e strade. Ma soprattutto perché la frase presente sul logo dell’intera serie di incontri, «If music be the food of love… Play on!», è la primissima frase della commedia in questione, considerata da molti emblematica della concezione di musica in Shakespeare.

Ecco che fin dalla prima battuta, pronunciata dal Duca Orsino, compare una riflessione sui due aspetti contrastanti della musica: come positivo trait d’union tra due ambiti diversissimi come il cibo e l’amore, ma anche come fonte di nausea, struggimento, infelicità. Per la comprensione e l’interpretazione dell’intera vicenda è importante non fraintendere il senso di questa dicotomia. Non è incostanza ciò che porta Orsino prima a desiderare la musica e poco dopo a interromperla; il suo atteggiamento è meditabondo e non superficiale.

Il Duca non è certo l’unico a utilizzare lessico riconducibile alla musica: in effetti, molti personaggi vi fanno riferimento durante la vicenda. Viola, la naufraga che si traveste da uomo per entrare al servizio di Orsino e che poi si innamorerà di lui, afferma: «I can sing / And speak to him in many sorts of music / That will allow me very worth his service» (I, ii, 56-58). Quindi non solo, per fare riferimento alla filosofia musicale del periodo elisabettiano, la musica instrumentalis che aveva fatto da sfondo alla riflessione verbale di Orsino, ma anche la musica humana, l’intera esperienza sonora prodotta dall’essere umano. E naturalmente compare anche la musica mundana, quella prodotta dalle sfere celesti e non percepibile dall’uomo, nelle parole di Olivia, la nobildonna corteggiata da Orsino che finirà per invaghirsi del paggio Viola/Cesario (III, i, 108-112). L’impiego del lessico musicale, però, non si limita ai nobili e seri protagonisti dell’azione principale. Anche Sir Toby, zio di Olivia, figura centrale delle scene più strettamente comiche, e la sua “spalla” Sir Andrew utilizzano parole inerenti a musica e danza per autodefinirsi.

Infine, ultimo ma non per importanza, Feste il buffone. Dovrebbe essere soltanto al servizio di Olivia, ma in realtà, oltre a creare giochi di parole attraverso i quali prendersi gioco dei nobili che lo circondano o dire loro la verità, come ogni fool shakespeariano che si rispetti, lui parla con tutti e, soprattutto, ha una canzone adatta ad ogni personaggio; è inoltre lui a concludere l’intero play, proprio con un altro brano. Prova dell’importanza delle canzoni presenti in The Twelfth Night non solo all’interno della vicenda, ma anche in un contesto più ampio, è il fatto che noi siamo in grado di ascoltare oggi quegli stessi brani, cosa che non è possibile affermare per tutte le melodie di quell’epoca.

La musica, insomma, in tutte le sue sfaccettature, sembra legare insieme come un filo invisibile tutte le componenti dell’opera: i vari personaggi tra di loro, la parte più tragica (anche se, in quanto commedia, tutti i drammi e gli equivoci si risolveranno in un lieto fine) con quella più prettamente comica, a costruire una rappresentazione delle relazioni umane che sia il più possibile completa, in quella preoccupazione per la totalità che è tipica del teatro di Shakespeare. Quasi a dimostrare che forse è proprio la globalità dell’esperienza umana a portare equilibrio dove prima mancava.

© Riproduzione riservata

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