Shakespeare a ritmo di Dowland

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

L’Osservatore Romano, a. 152, n. 23, sabato 28 gennaio 2012, p. 5

William Shakespeare (1564-1616) e John Dowland (1563-1626): due eccezionali interpreti di quella “età dell’oro” (com’ebbe a definirla C. S. Lewis nel suo famoso studio del 1954) che fiorì intorno alla corte di Elisabetta I tra il XVI e il XVII secolo; due inimitabili protagonisti di una straordinaria stagione della cultura europea in cui — per Bruce Pattison, uno dei massimi esperti novecenteschi delle relazioni musico-letterarie in Inghilterra — «figure di musicisti come Wilbye, Dowland e Morley possono essere accostate senza imbarazzo a Shakespeare, Jonson, Donne»; due geni dell’arte — secondo l’opinione di una lunga teoria di studiosi che annoverano tra le loro fila persino il mitico musicologo inglese Charles Burney (1726-1814) — legati da un’ipotetica amicizia la cui attendibilità pare però aver perso concretezza documentale nel corso degli ultimi decenni; infine, due cattolici — per nascita Shakespeare, per conversione Dowland — la cui appartenenza religiosa resta tuttora dibattuta, rendendo ancora più appassionante il miracoloso e intricato intreccio di opere e giorni di entrambi.

   Con queste premesse fascinose e intriganti, era agevole prevedere che potesse suscitare grande interesse la scelta del milanese teatro Elfo Puccini di riproporre nei giorni scorsi Dove sei, o Musa?, una “lettura scenica” dei Sonetti e di brani scelti da William Shakespeare accompagnati da musiche di John Dowland ventidue i primi e dieci le seconde — della durata di un’ora, che era già stata offerta agli spettatori del capoluogo lombardo nella stagione 2010-2011.

   Nell’angusta scena in densa penombra della suggestiva sala Bausch, sono risuonate sia le parole con cui il Bardo implorava la Musa di dare «fama al mio amore più in fretta del Tempo che ne guasta la vita: / così tu previeni la sua falce, la sua ricurva lama» (sonetto 100); sia le note di brani strumentali di colui che si autodefinì semper Dowland semper dolens (così recita il titolo di una delle sue più famose composizioni per ensemble).

   E il loro connubio ha forse fatto intravedere e gustare l’orizzonte di ciò che Richard Barnfield scrisse nel 1598: «Se la musica e la dolce poesia s’accordano, / com’è loro dovere fare (quasi fossero sorella e fratello), / allora grande ha da esser l’amore tra te e me, / giacché tu ami l’una ed io l’altra».

   Pochi oggetti (e peluches?) a terra di sapore immaginifico (non tutti agevolmente visibili); costumi di vaga ispirazione shakespeariana (ma con prevedibili e neri occhiali da sole); gesti al rallentatore e movimenti ridotti a segmenti reiterati; luci spesso assai cromaticamente eloquenti (e talora inutilmente parodistiche); note solitarie e bicordi a punteggiare le volute strumentali della chitarra dowlandiana: tutti elementi, questi, ad alta densità simbolica, tra i quali si sono mosse con giudizio tanto la presenza scenica e, soprattutto, vocale (amplificata) dell’attrice Elena Russo Arman, quanto la diligente partecipazione della musicista Alessandra Novaga.

   Se l’originaria intuizione di Dove sei, o Musa? mirava a rievocare l’atmosfera dell’elisabettiana età dell’oro facendone vibrare le suggestioni per la sensibilità del pubblico d’oggidì, non si può non riconoscere alla performance del duo Arman-Novaga una sicura efficacia evocativa e una soffusa (e un po’ generica) potenzialità emotiva. Tuttavia,… [il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata]. 

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