Il caldo cuore musicale del Racconto d’inverno

Cristina Parzani (studentessa del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia IngleseUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Cosa c’è di meglio di riscaldarsi il cuore e le membra con un racconto d’inverno? Se poi si aggiunge il fatto che tale racconto è proprio A Winter’s Tale di Shakespeare e la cornice è quella del Bistrò del Tempo Ritrovato della milanese via Foppa, la cui atmosfera calda e soffusa contribuisce a creare il giusto “mood”, beh allora, lasciatemelo dire, sono presenti tutti gli ingredienti per far sì che questo sia un mix di successo.

Il pomeriggio di giovedì 12 gennaio, nel suddetto Bistrò, il prof. Reggiani ha tenuto la sua terza conversazione del ciclo The Food of Love: un piacevole scambio di idee proprio sul Racconto d’inverno del Bardo per antonomasia.

Nonostante questo lavoro di Shakespeare stia sullo sfondo rispetto ad altre sue opere, sono molti gli elementi d’interesse. Il testo si colloca fra i romances e, datato 1610, è quindi uno degli ultimi scritti del drammaturgo inglese. Ispirandosi ad un romanzo arcadico di Robert Greene, questo “play” mette inscena due gruppi di personaggi ben distinti, ovvero i Siciliani e gli abitanti della Boemia; a tenere le fila del racconto è poi la personificazione del Tempo.

Già la scelta di due luoghi così distanti e diversi può lasciar intravedere un livello di significato più profondo: al nostro Shakespeare sembra, infatti, non interessare tanto la correttezza della topografia, quanto, piuttosto, la trasmissione di esperienze di due mondi diversi. Da una parte la Sicilia, un’isola, un ambiente chiuso ed interno, con le chiare dinamiche vigenti in una corte; dall’altra, invece, la Boemia, terra continentale (che il Bardo “personalizza” dal punto di vista geografico…) nella quale vivono pastori e si respira l’aria dell’Arcadia. Interessante è notare come qui Shakespeare si discosti dalla fonte  e come inverta le caratteristiche dei due luoghi, forse per un errore o forse, come piace credere a noi, per giocare la carta dell’imprevedibilità e della mobilità.

La trama, in poche parole, ricalca magistralmente il dramma della gelosia: un re convinto che la moglie lo tradisca con l’amico re boemo; la stessa, incinta, imprigionata e poi creduta morta; la bimba cresciuta da un pastore e innamorata del principe, ed il solito lieto fine… nulla di nuovo, insomma, in apparenza.

All’interno di questo quadro a prima vista prevedibile, come spesso succede in Shakespeare, la musica viene a rivestire un ruolo di primaria importanza: dopo i primi tre atti, in cui domina il tema della tragedia e le note stentano a trovar spazio, se non in rare e cupe occasioni, dal IV atto la situazione muta radicalmente: sono ormai trascorsi 13 anni e la scena non è più quella della Sicilia, bensì la Boemia: Autolycus, personaggio che vive “ai margini”, fa il suo ingresso cantando una canzone sull’inverno e sulla trasformazione – chiaro segno, questo, che le cose stanno cambiando. È proprio grazie a lui, infatti, che si potrà giungere alla verità su Perdita, la figlia del re e ristabilire un equilibrio iniziale. Sarà poi Florizel a dire a Camillo che “it is my father’s music /To speak your deeds“, alludendo quindi a un secondo piano della lettura shakespeariana di questa nobilissima arte: la musica humana – quella che giunge alla comprensione del mistero dell’uomo. Qui la musica tace. Di nuovo. Fino all’invocazione di Paulina, destinata a ridestare la sovrana dal suo sonno (Hermione non è infatti morta, ma è stata tramutata in una statua): è proprio lo straordinario potere della divina arte dei suoni a ridonarle la vita e ad assumere l’insondabile spessore della trascendenza, evocando le inudibili ed inaudite sonorità dei mondi delle sfere eterne (musica mundana).

Concludo questa rapida sintesi con una breve annotazione sulla principale dimensione temporale di quest’opera shakespeariana, quella che le dà il titolo di Racconto d’inverno. In questo “play”, l’inverno è menzionato per nove volte: lo troviamo sin dall’inizio in Sicilia come condizione di partenza, che però viene poi superata. Come si diceva, è Autolycus a proporre agli altri personaggi (e agli spettatori di ogni epoca) di non vedere le cose così rigide come in inverno; e, non casualmente, è la sua musica che rompe la sua rigidità temporale ed i suoi rigori climatici, visto che conosce il segreto dello scorrere del tempo e riesce a riscaldare i cuori.  

© Riproduzione riservata

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