Roddy Doyle, Una vita da eroe (Guanda, 2010)

Geraldina Colombo (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)

Con Una vita da eroe, romanzo pubblicato in Italia da Guanda nel 2010, a breve distanza dalla sua uscita sul mercato anglofono per le edizioni Jonathan Cape, Roddy Doyle (classe 1958, prolifico scrittore e sceneggiatore, premiato nel 1993 col Booker Prize per Paddy Clarke Ha Ha Ha) completa la trilogia “The Last Roundup”, che include, in ordine cronologico: A Star Called Henry (1999 – Una stella di nome Henry, Guanda, 2000) e Oh, Play That Thing! (2004 – Una faccia già vista, Guanda, 2005).

Il romanzo è stato definito da Tom LeClair per il New York Times “the best of the trilogy”, un “thoughtful book about a sometimes thoughtless political process”  che, tuttavia, “[i]s grand; but not heroic” (Roger Perkins, The Telegraph) Quest’ultima critica (parzialmente positiva) è riservata all’aspetto linguistico-espressivo dell’opera: Perkins rileva che, se Doyle “is a master of the [dialogue…], his attempts at an interiorised, rather than a spoken, idiom have generally been less convincing”. L’interiorità dei protagonisti si esprime (linguisticamente) attraverso una semplice struttura sintattica, soggetto-verbo-complemento oggetto, che, seppur immediata, non lascia spazio ad una maggiore articolazione psicologica.

L’immediatezza si riscontra anche nel carattere schietto e concreto del linguaggio utilizzato, come traspare dalla pregevole traduzione in italiano di Silvia Piraccini, arricchita di tanto in tanto di note esplicative. Le imprecazioni, i termini in gaelico, gli spunti ironici, le frasi brevi, i ritmi serrati dei dialoghi, in percentuale molto più alta rispetto alle più lente parti descrittive, contribuiscono ad agevolare la lettura, rendendola incalzante, ed andando a costruire un ensemble narrativo rappresentativo di una fascia socio-culturale medio-bassa.

Tale insieme narrativo si inserisce in un ciclo romanzesco la cui configurazione ternaria richiama indirettamente il simbolo della Trinità, e introduce ad un contesto antropologico simbolico, profondamente irlandese e cattolico. L’accostamento fra la trilogia narrativa e la simbologia religiosa è suggerito direttamente da Doyle, in un’intervista rilasciata a Giulia Mozzato. Qui lo scrittore così giustifica il ricorrere periodico alla struttura ciclica ternaria nella composizione delle sue opere (con riferimento, in quel caso, alla produzione di una trilogia di racconti per bambini): “Questo riprendere la forma della trilogia mi suscita una strana sensazione: pur essendo ateo penso che in questo riemerga la mia educazione cattolica e l’analogia con la Santissima Trinità”.

La serie de The Last Roundup ruota attorno alle vicende di Henry Smart, che attraversano un secolo di storia irlandese. Si parte…

[il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata]

Grazie a Rina Brundu che lo ha riproposto nel suo blog Rosebud – Giornalismo online, idealmente sospeso tra Sardegna e Irlanda.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s