Suoni nella Tempesta

Alessandra Negro (studentessa del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia Inglese – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

Di nuovo al Bistrò del Tempo Ritrovato. Il 12 dicembre si è svolto il secondo incontro della serie “The Food of Love”, a cura del Prof. Enrico Reggiani. Protagonista di questi incontri è Shakespeare, e in particolare il ruolo della musica nelle sue opere teatrali.

Dopo il Sogno di una notte di mezza estate del 17 ottobre, questa volta è La tempesta a essere al centro della scena. Fondamentale per capire l’importanza dell’elemento musicale in questo testo è sapere che La tempesta è l’ultimo, o quasi, dramma di Shakespeare, e che qui vengono rispettate ca­tegoricamente le tre unità aristoteliche di spazio, tempo e azione.

Proprio quest’ultima osservazione aiuta a rendersi conto di quanto la musica sia fondamentale nel dramma. Per rispettare queste unità Shakespeare ha bisogno di un mago, Prospero, che però si serve dello spirito Ariel per manovrare i vari personaggi secondo il suo scopo. Questo spirito, a sua volta, utilizza la musica per incantare e influenzare gli umani, così che viene a formarsi una catena d’azio­ne, Prospero – Ariel – musica – destinatario, alla base di tutto ciò che succede nel dramma.

Prospero è il burattinaio che tira i fili degli altri personaggi, ma questo è possibile non solo grazie alle sue arti magiche. Prospero è anche un’autorità istituzionale in quanto duca di Mila­no, benché spodestato, e sa bene che il divide et impera è la strategia migliore per manovrare perso­naggi che, per quanto inseriti in un cronotopo indefinito e dal sapore magico come l’isola, sono co­munque umani, e quindi soggetti a normali debolezze e schemi di pensiero e comportamento.

Prospero ottiene così ciò che vuole, e per farlo sfrutta anche tutte le componenti “soniche” e/o “foniche” (per provare ad impiegare un aggettivo modellato sugli inglesi “sonic” e/o “phonic” con capacità denotative/connotative forse più ampie del più consueto – ma letteralmente più limitato – “sonore”) che l’isola gli offre: voci umane, ritmi e sonorità naturali, “prodotti” musicali, ecc. Ogni elemento serve al suo scopo. Ma sono proprio le sonorità della natura a spostare l’attenzione su un altro personaggio, Caliban, nato e sempre vissuto sull’isola e quindi “corpo vivente” dell’isola stessa. È lui a svelare la natura di questo luogo, ar­rivando addirittura a distinguere “noises, sounds and sweet airs” (III, ii, 133-134) con una proprietà di terminologia tecnica che sorprende lo spettatore.

Se Caliban è la personificazione dell’isola, è innegabile che Ariel sia la personificazione della musica dell’isola. Questo spirito produce delle melodie proprie, sfruttando anche i suoni che la natu­ra gli offre, e la percezione sovvertita di queste melodie è segno di una normalità che Ariel stesso ha distorto (IV, i, 171-184). Ariel è quindi l’incarnazione della musica in un luogo che della musica è materializzazione, come mostra l’intero dramma e come dichiara apertamente Caliban.

A conclusione di questa rapida panoramica sulla musica nella Tempesta, il Prof. Reggiani ha anche espresso alcuni rilievi sulla traduzione che Salvatore Quasimodo (nell’edizione dei Meridiani Mondadori) propone di termini come music, air, ditty e vari altri apparte­nenti all’ambito sonoro-musicale. Pur tenendo presente che tale prestigiosa traduzione risale agli anni Cin­quanta (1956), non si può comunque non segnalare che alcuni di questi termini sono tradotti in modo erroneo, il che fa riflettere sulla necessità di una nuova traduzione, soprattutto considerato il ruolo basilare che l’elemento auditivo riveste in un dramma dove la musica è ciò che muove l’azione.

© Riproduzione riservata

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