“L’Italia prima dell’Italia”: un modello letterario e politico-culturale (neoguelfo) da esportare

[fonte: Enrico Reggiani, in Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della CEI, Nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Tradizione e Progetto. Decimo Forum del Progetto Culturale, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2011, pp. 161-166; indice generale del volume] .

Tempo addietro (quanto addietro si dirà in seguito), un illustre esponente della cultura di lingua inglese, al quale era stato affidato un importante progetto istituzionale di carattere accademico, così si espresse sulla componente letteraria del suo impegnativo compito: 

“Una letteratura, quando è formata, è un fatto nazionale e storico; è una questione che riguarda il passato ed il presente: come quest’ultimo, non può essere affatto ignorata e, come il passato, non può essere cancellata. […] Ogni grande popolo ha un proprio carattere, che manifesta e perpetua in una varietà di modi. [Questi ultimi] sono sia caratteristiche particolari, sia parti di una totalità, sono segni del carattere nazionale e ciascuno di loro mostra tracce della presenza degli altri; e ciò vale anche per la lingua e la letteratura di una nazione. Esse sono ciò che sono e non possono essere altro, siano di buona o di cattiva qualità oppure di natura mista; prima della loro formazione, non si può imporle e, in seguito, non si può tornare indietro”.

Dunque, per colui che scriveva queste parole (la cui identità sarà svelata fra poche righe), la compiuta formazione della rappresentazione letteraria di un’esperienza personale e comunitaria – breviter, di una letteratura – non era ideale solipsistico, esternazione estemporanea, suggestione autoreferenziale o altra percezione di matrice rigorosamente individualistica, secondo una semplicistica opinione ampiamente condivisa in questi nostri giorni di esasperate (e spesso ingiustificate) semplificazioni: al contrario, come il nostro (per ora) anonimo scrittore argomentò in un altro passo del testo richiamato sopra, “se una letteratura ha da essere […] la voce di una particolare nazione, ha bisogno di un territorio e di lasso di tempo – ampi quanto l’estensione e la storia d[i quella stessa] nazione – in cui maturare”. Per tali ragioni egli sosteneva che la formazione di ogni letteratura era – soprattutto – un “fatto nazionale e storico”, ovvero, al tempo stesso, spaziale (cioè condiviso dalla totalità di un popolo che abita un “territorio”) e temporale (cioè testimoniato da un arco adeguato della – sua – storia); che era il frutto “maturo” della “crescita di una nazione”, inevitabile come il suo presente e non passibile di rimozione come il suo passato; che era un “modo” di “manifestarsi” e “perpetuarsi” del “carattere nazionale” di un “grande popolo” – un “modo” indissolubilmente intrecciato alla totalità degli altri “tratti personali” che componevano la “personificazione nazionale” (o “antropomorfizzazione”) evocata dal (per ora) anonimo scrittore sulla base di evidenti radici romantiche; che era un dato di realtà – “dato”, appunto, né imposto dall’uomo né da lui revocabile  – da vivere e da valutare, esplorando le implicazioni potenzialmente polisemiche in senso etico ed estetico di aggettivi inglesi quali good (buono/bello) e bad (cattivo/brutto) e del prestigioso sintagma “natura mista” (mixed nature), delle cui radici (eventualmente aristoteliche) non è possibile ragionare in questa sede.

Chi era l’anonimo scrittore di cui si diceva all’inizio di questo breve contributo?…  [il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata]

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