Claire Keegan, Nei campi azzurri (Neri Pozza, 2009)

Geraldina Colombo (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)  

La seconda fatica letteraria dell’irlandese Claire Keegan (Co. Wicklow, 1968), Walk the Blue Fields (Faber & Faber, Londra, 2007), apparsa sul mercato italiano nel 2009 per i tipi di Neri Pozza, si inserisce nel segno della continuità, rispetto all’opera prima della scrittrice (Antarctica, 1999).

In effetti, le similitudini si riscontrano in varie direzioni: la struttura dell’opera, che, anche in questo caso, si presenta come una raccolta di short stories (sette); il più che favorevole riscontro critico (per Joseph O’Connor si tratta di “una delle più eccezionali raccolte di racconti pubblicate negli ultimi anni da un’autrice irlandese [… che] scrive con impareggiabile grazia e le sue storie sono davvero indimenticabili”), culminato nell’assegnazione dell’Edge Hill Prize for Short Stories nel 2008; lo stile ed il linguaggio, che, guardando a Chekhov e a Mc Gahern, e pur (ri)proponendosi sui toni della precisione narrativa, della semplicità espressiva, del realismo descrittivo a tratti crudo, e talvolta arricchito da espressioni riportate in gaelico, non mancano di delineare atmosfere suggestive (magic realism).

In entrambi i casi emerge una tematica centrale, legata ad una visione drammatica dell’Irlanda, che, timorosa di “fare un passo in una direzione diversa” (pag. 145), si mantiene ferma, paralizzata su di un presente che affonda le sue radici antropologiche nel passato (mitico) della nazione: quest’ultimo, se da un lato è rimpianto (à la Hardy), dall’altro va a bloccare un’evoluzione nel presente, racchiudendo la dimensione irlandese fra contorni locali, sempre uguali a se stessi.

Tale riflessione pare essere affidata, nella raccolta in esame, alla valenza simbolica del suo macrotitolo. Quest’ultimo, nella versione originale in inglese, Walk the Blue Fields, omonimo (micro)titolo del secondo racconto, presenta la necessità del legame con la natura in maniera quasi categorica (walk da leggersi come imperativo – cammina! – piuttosto che come infinito / gerundio – camminare / camminando –, mancando, rispettivamente, le marche grammaticali di quei tempi – il “to” prima del verbo, e il suffisso “-ing” –, o come sostantivo – non essendo “walk” preceduto da “a” o “the”, e quindi traducibile come “una / la camminata”). Questo aspetto si perde completamente nella resa italiana (Nei campi azzurri), che … [il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata].

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