Britten, Brahms e le Twin Towers of Silence

Enrico Reggiani per laVerdi nel decennale dell’11 settembre 2001

La Musica non ha mai potuto tacere di fronte alla “eterna tragedia dell’umano”. Non le è mai stato consentito di ignorare gli effetti del “destino che bussa alla porta” (per rappresentare il quale Beethoven coniò il famoso tema di quattro note che inaugura la sua Quinta Sinfonia). Ha sempre saputo offrire una meditazione consolatoria sul comune destino dei morti e dei viventi”, come ha suggerito Malcolm MacDonald dell’immenso Requiem Tedesco op. 45 (1868) di Johannes Brahms (1833-1897): quello stesso “destino” a cui diceva di credere anche Benjamin Britten (1913-1976), secondo quanto lo stesso compositore inglese confidò al celebre pianista Murray Perahia. Come potrebbe tacere oggi la Musica di fronte alle “Twin Towers of silence” – le Torri Gemelle scolpite nel silenzio, di cui ha scritto il celebre poeta irlandese Paul Muldoon in un’ampia elegia dedicata al musicista Warren Zevon e gravida del dolore del mondo?

E, infatti, la musica non tacerà in questo decimo anniversario di quella “tragedia dell’umano”, giacché l’universalità della sua natura continua a consentirle di intervenire sui fatti più dolorosi del nostro presente, incurante delle distanze della Storia e delle Culture: anzi, proprio per la sua capacità miracolosa di ritrovare umana unità nell’esperienza di tali distanze.

Dirà le sue compassionevoli verità, la Musica, grazie all’ispirata lettura musico-letteraria che Brahms propone del Canto del destino di Hölderlin (1770-1843) nell’omonimo Das Schicksalslied op. 54 (1871): un brano per coro e orchestra poderoso ma dalla gestazione tormentata; edificato su un testo poetico – come ricorda Michael Musgrave – la cui conclusiva discesa nella disperazione il musicista di Amburgo, sempre incline a scelte testuali aperte su un pur minimo e consolatorio spiraglio di speranza, cercò di mitigare con scelte compositive geniali dal punto di vista dell’impalcatura tonale (Adagio langsam und sehnsuchtsvoll: strofe 1-2 “ai geni celesti”, Mi bemolle maggiore; Allegro: strofa 3 “ai poveri uomini”, do minore; Adagio molto espressivo , solo orchestrale: Do maggiore), della gestione delle risorse vocali e strumentali, del rapporto tra scelte macrostrutturali e singole componenti linguistico – espressive.

Altre impietose verità – “il mio tema è la guerra e la pietà della guerra”, così recita l’epigrafe – la Musica, infine, dirà nel monumentale War Requiem op. 66 (1961) di Britten, in quel linguaggio possente e “pacificatore” che il grande compositore inglese le ha insegnato ad articolare nel dilaniato “secolo breve”. Britten, che aveva sempre voluto musicare il testo della Messa da Requiem, in questo caso va ben oltre quel suo iniziale progetto: in onore della ricostruita Cattedrale di Coventry, che custodisce il dono di un’ecumenica Chapel of Unity, concepisce una cattedrale musico-letteraria che intreccia il tempo lungo e comunitario del testo latino con una tragica esperienza individuale, recisa inesorabilmente nel fiore della giovinezza dalla crudeltà della guerra: quella, condensata in alcuni meravigliosi componimenti, del poeta inglese Wilfred Owen (1893-1918), al quale si deve l’epigrafe citata.

Che il miracolo di un’unità possibile per il genere umano si possa compiere anche qui e oggi, nel nome di Brahms e Britten, in questo giorno della memoria di un’ennesima, “inutile strage”.

(per altre info sulla conferenza del 9 settembre 2011 – incluso il link all’articolo apparso su L’Osservatore Romano di quello stesso giorno – e sulla serie di incontri che quella conferenza ha inaugurato cfr. la pagina musicoliteraria di questo blog; © Riproduzione riservata)

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