lingue, letterature e culture per EXPO 2015

Nell’A.A. 2010-2011 il blogger ha ideato e curato un’intera annata di contributi centrati sul tema “Nutrire il pianeta: energia per la vita” apparsi nella sezione “Per una didattica delle lingue e delle culture” (da lui diretta per vari anni) della rivista Nuova Secondaria (edita da La Scuola Editrice) con la preziosa collaborazione della prof. Cristina Bosisio e per conto del Dipartimento di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’UCSC.

Il piano generale di tale iniziativa (che si concluderà con un dossier in uscita dopo le vacanze) è presentato in questo file. Quanto segue è l’abstract di un articolo esemplificativo proposto in tale sede da Anna Anselmo (Università Cattolica del Sacro Cuore) nel numero 8/2011 (pp. 80-82) e intitolato “The Almighty, indeed, sent the potato blight, but the English created the Famine”. Reactions in Poetry and Politics to the Great Irish Famine (1845-1849).

La Grande Carestia (1845-1852) fu solo una delle crisi alimentari che colpirono l’Irlanda nel corso del diciottesimo e del diciannovesimo secolo. A contraddistinguerla i numeri, la cui implacabile “fattualità” lascia poco spazio ai revisionismi storici: il fungo, phytophthora infestans, che colpì il raccolto di patate dal 1845 al 1849 circa, causò un milione di morti e l’emigrazione di quasi due milioni di persone. Questo l’odioso risultato di una tragedia che fu umana, ma anche, forse soprattutto, culturale, politica, identitaria.

L’Irlanda di metà Ottocento era colonia; ormai ‘ufficialmente’ inghiottita, secondo l’Act of Union del 1801, da un’Inghilterra formidabile, “conradiano” avamposto del progresso. La carestia svelò in maniera incontrovertibile l’ipocrisia di questa unione; mostrò l’abisso che separava una Gran Bretagna tecnologica e industriale da un’Irlanda le cui sacche di povertà erano talmente drammatiche da sembrare quasi obsolete, anacronistiche; l’abisso che separava un mondo in continua evoluzione da uno che si muoveva più lento, ancora in cerca della sua forma di progresso e modernità.

La carestia irlandese racconta di questa “irriconciliabile vicinanza”. Racconta di un’Irlanda fiaccata dalla natura, ma anche da una “madrepatria” prepotente che interviene, ma in superficie, che aiuta, ma senza sporcarsi le mani, che vede la tragedia, ma cerca di giustificarla con la politica economica, il laissez-faire, il pregiudizio anticattolico, l’ignoranza. La carestia ridona all’Irlanda la consapevolezza della propria schiavitù e la spinge verso quel sentire antibritannico che nel giro di sessant’anni la porterà all’indipendenza. La carestia insegna all’Irlanda che le tragedie non sono mai interamente “autosufficienti”, che, nelle parole del nazionalista irlandese John  Mitchel, “The Almighty, indeed, sent the potato blight, but the English created the famine” (The Last Conquest of Ireland (Perhaps), 1861).

Il volto dell’Irlanda, così complesso, sofferente, creativo e pieno di vitalità, non può essere ricostruito prescindendo da questo capitolo della sua storia.

© Riproduzione riservata

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s