Devidayal e Colin, quando la letteratura fa risuonare le “corde dell’anima”

Enrico Reggiani, ilsussidiario.net. Il Quotidiano approfondito, venerdì 17 giugno 2011

Le Corde dell’Anima è una metafora consolidata e complessa. Si potrebbe dire, in poche parole, che riesce a rappresentare sia il principio vitale, libero ed immateriale che spira in ogni essere umano (come vuole l’etimologia di “anima” dal termine greco per “vento”: anemos), sia la sua creativa e concreta funzionalità di strumento, la sua capacità di risuonare ponendosi al servizio di chi o di cosa (entrambi, a seconda dei casi, con l’iniziale maiuscola o minuscola) conosca i segreti della sua costruzione, sappia sollecitare – appunto – le sue corde e possegga il suo misterioso ma universale linguaggio.

   È una metafora coltivata nei secoli dei secoli, non un “nuovo conio” dei nostri giorni, e proprio da questa preziosa longevità trae il suo costante fascino e la sua incrollabile attualità. A volerne esemplificare le innumerevoli manifestazioni, basterebbe sondare la straordinaria vicenda dei rapporti tra cultura letteraria e cultura musicale – che essa testimonia come poche altre intuizioni metaforiche. Se ne ricaverebbe la prova che l’espressione le corde dell’anima è stata adottata e coltivata da innumerevoli protagonisti della cultura d’ogni tempo e d’ogni dove, benché sulla scorta di differenti concezioni dell’anima e di diverse ipotesi organologiche sulla realtà delle sue corde. Infatti, se ne trovano tracce recenti, tra gli altri, in Croce e De Amicis, in Gogol e Kandinskij, in von Hoffmannsthal e Beerbohm: sono tracce che affondano le loro remote radici nel robusto sostrato dell’esperienza culturale cristiana (testimoniato, ad esempio, dal capitolo CXLVII del Dialogo di Santa Caterina da Siena) e che, in modo evidente, anche Benedetto XVI ha richiamato con paterna dolcezza nel rispondere a una signora di Busto Arsizio che gli chiedeva dove fosse l’anima di suo figlio in coma: “Certamente l’anima è ancora presente nel corpo. La situazione, forse, è come quella di una chitarra le cui corde sono spezzate, così non si possono suonare. Così anche lo strumento del corpo è fragile, è vulnerabile, e l’anima non può suonare, per così dire, ma rimane presente”.

   All’inizio di giugno, Le Corde dell’Anima hanno fatto sentire la loro voce in quel di Cremona, nella cornice della seconda edizione del Festival omonimo, organizzato da Anna Folli & Friends con intelligenza, coraggio e fantasia, nonché con rinnovato e notevolissimo successo: come recita il programma, “un intreccio di musica e letteratura, di parole e di note: un weekend fra incontri e concerti, reading, spettacoli e laboratori. Tre giorni per addentrarsi nei palazzi, nei caffè storici, nelle botteghe di liuteria, nei chiostri e nelle piazze di una città nota in tutto il mondo per la sua grande tradizione musicale e la storica Scuola di Liuteria”.

Chi scrive ha avuto la fortuna di partecipare alla sua realizzazione, pizzicando le corde dell’anima di (leggi più prosaicamente: conversando con) due autrici di lingua inglese – l’indiana Namita Devidayal e l’inglese Beatrice Colin…

[il resto dell’articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

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