Di visione in visione: Yeats, Larkin e l’immortalità dell’arte

Anna Enrichetta Soccio, Università degli Studi di Chieti-Pescara

(III conferenza dell’edizione 2011 del Seminario Éire-Ireland, Università Cattolica del Sacro Cuore2 maggio 2011, aula MR210)

Philip Larkin (1922-1985) è considerato il più grande poeta inglese dal dopoguerra a oggi. Le ragioni di tale popolarità e di tale successo vanno ricercate nell’innata capacità di raccontare la vita quotidiana e nell’uso di un linguaggio colloquiale che avvicina il lettore comune alla poesia, un genere letterario che l’oscurità e la difficoltà celebrate dal Modernismo avevano finito per confinare alle élite di accademici e intellettuali. Rigettata sia l’estetica modernista di T.S. Eliot sia quella neoromantica di Dylan Thomas, Larkin intende riannodare un legame forte con la “vera” tradizione poetica inglese, quella che da John Donne arriva ai Romantici fino a Thomas Hardy, e rivitalizzarne la poetic diction. L’approccio larkiniano alla poesia è dovuto all’incontro con l’opera di W. B. Yeats, il meno “modernista” dei poeti modernisti, colui che pur cedendo alla sperimentazione di modi e di forme nuove non rinunciò mai alle forme metriche tradizionali.

La prima raccolta di Larkin, The North Ship, pubblicata nel 1945,  ha un chiaro debito nei confronti del poeta irlandese, ma non è tanto lo Yeats mistico, creatore di mitologie e di sistemi mitografici ad attrarre il giovane poeta quanto lo Yeats “musicale”, creatore di un idioma “visionario” e di ritmi melanconici e fortemente evocativi. Tuttavia, se da un lato, l’andamento ritmico-prosodico e le imageries che dominano la raccolta denunciano una chiara ascendenza yeatsiana, dall’altro evidenziano una manifesta volontà di superare l’idea che l’arte sia un “eternal act”. Come è evidente in componimenti quali “The Dancer” che nell’immagine della danzatrice, nelle scelte lessematiche e nella struttura frastica è la risposta a “Among School Children” di Yeats, Larkin già attualizza quella visione scettica della vita – e dell’arte come paradigma della vita – tipica della sua poesia più matura.

Dal confronto tra i “Byzantium Poems”(1927, 1930) e “An Arundel Tomb” (1956) emerge poi la differenza sostanziale tra la concezione di arte come agente in grado di sconfiggere il tempo, essendo l’unione armonica di forze contrarie e una concezione di arte come illusione umana di sopravvivere alla morte. Il monumento descritto e celebrato nel componimento larkiniano contiene in sé tutta la forza del desiderio umano all’immortalità ma veicola ironicamente il senso della perpetuazione di una menzogna. Nel costante dialogo intra-poetico e nel processo di trasformazione della lezione del maestro attuato da Larkin non si può non scorgere quella che Harold Bloom chiama “anxiety of influence”, e cioè “an act of creative correction that is actually and necessarily a misinterpretation”, un atto di misinterpretation necessario perché Larkin possa esprimere la sua voce più originale. A partire dagli anni Cinquanta, Larkin si affiderà a un altro influente modello, Thomas Hardy. Eppure, come sostiene Andrew Motion, autore della più accreditata biografia di Larkin, “[i]f he had abandoned Yeats as completely as he tells us he did, he would be strictly half the poet he is”.

[materiali: handout, powerpoint; © Riproduzione riservata]

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5 thoughts on “Di visione in visione: Yeats, Larkin e l’immortalità dell’arte

  1. Mi sarebbe piaciuto esserci lunedì 2 maggio alla lezione della prof.sa Soccio. Pensavo che con la nota apposta alla ristampa del 1965 di The North Ship, Larkin avesse chiuso con Yeats. Quelle ultime righe dove dice “as a coda I have added a poem, written a year or so later, which, though not noticeably better than the rest, shows the Celtic fever abated and the patient sleeping soundly.” Faccenda su cui torna in un’intervista del ’73 a proposito di quel “Celtic” usato in modo vagamente offensivo, un po’ come l’American che riservava a Pound e Eliot

    • Caro Guerneri, la ringrazio innanzitutto per l’attenzione che dedica alle mie iniziative. Per quanto riguarda i suoi quesiti, forse la Prof. Soccio le risponderebbe – ed io con lei – che entrambi le citazioni che lei menziona, se interpretate nel complesso del loro significato (testuale, contestuale, cotestuale, ecc.), lasciano in realtà aperto il rapporto di Larkin con Yeats, peraltro documentato con grande evidenza dalla straordinaria testualità poetica del primo scrittore… By the way, non mi dispiacerebbe poter ragionare con lei sulla sua recente fatica di traduttore, Human Chain di Seamus Heaney: chissà se capiterà occasione? Buon lavoro e a presto, spero.

  2. così come sarebbe interessante capire il collegamento tra John Donne e Thomas Hardy come linea fondante (sempre in termini larkiniani, ovviamente) di una presunta English line.

  3. ops, mi ero dimenticato di questo commento… perdoni lo sproposito; mi piacerebbe sì parlare di Heaney, della traduzione di Human Chain ma temo di non avere alcuna cattedra alle spalle che potrebbe sostenere una mia candidatura…

    • Caro Guerneri, grazie della sua risposta. Fatico a capire perché, per organizzare un incontro sul suo Heaney, sarebbe necessaria una “cattedra alle spalle che potrebbe sostenere una mia candidatura”… Basterebbe un mio invito. Vedremo…
      Cordiali saluti e buon lavoro.

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