I suoni del Mercante. Musica e parole nel teatro di Shakespeare

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore), L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 14-15 marzo 2011, p. 4

“Ci sono più cose in Shakespeare, caro fruitore dei giorni nostri (che tu ne sia lettore, spettatore o altro), di quante ne sogni la tua impigrita immaginazione”. Con questa manipolazione pedagogica di una celeberrima battuta che il protagonista dell’Amleto pronuncia nel finale del primo atto si potrebbe forse richiamare la passione del Bardo di Stratford-upon-Avon per la rappresentazione integrale dell’esperienza umana.

È proprio questo il talento straordinario e irripetibile che continua ad essere giustamente celebrato anche dalle più recenti e ambiziose proposte shakespeariane dell’editoria italiana: è questa la dote irripetibile che Stefano Manferlotti definisce come “capacità di mettersi in ascolto dopo aver veduto, che è imperativo categorico di ogni artista, [ma che] in Shakespeare prende la forma di un Orecchio di Dioniso di dimensioni smisurate, nel quale cadono grida e sussurri, risa e pianti, canti e sospiri” (Shakespeare, Salerno Editrice, 2010); che Peter Ackroyd intravede, ad esempio, nella sua insaziabile curiosità per la “magia degli uccelli”, che “conosce tutti” e di cui “ama l’energia pura, il movimento, come se fossero in istintiva sintonia con la natura” (Shakespeare. Una biografia, Neri Pozza Editore, 2011); che Stephen Greenblatt individua persino nella sua capacità di trasformare “la politica in poesia” (Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico, Einaudi, 2005) e che lo porta a domandarsi: “Come si spiega un risultato tanto magnifico? Come ha fatto Shakespeare a diventare Shakespeare?”

La risposta a tale quesito risiede con ogni probabilità nella potenza immaginifica e drammatica dell’“antropologia integrale” che è espressa nell’opera di Shakespeare: una prospettiva che si rivela fin da subito tanto superiore a quelle declinate dai suoi contemporanei in virtù della riconosciuta “capacità” elisabettiana “di ‘integrare’ nella totalità medievale alcuni elementi moderni’” (di cui ha scritto Franco Moretti), e forse non dissimile da quella della “nuova sintesi umanistica” auspicata dalla Caritas in Veritate (n. 21): in tale humus cristiano e quasi sicuramente cattolico trovarono terreno assai fertile le sue straordinarie potenzialità creative.

Peccato, però, che tale “antropologia integrale” sia non di rado difficilmente reperibile nelle odierne performances del teatro shakespeariano, troppo di frequente incapaci di un dialogo onesto con le reali intenzioni dello Scrittore o improntate a letture a tema (anche plurimo) o ideologizzate, che spesso ingigantiscono intuizioni registiche in sé magari apprezzabili, ma difficilmente accettabili quando applicate in modo meccanico e unilaterale (e adottate in quanto commercialmente appetitose).

   In questo senso, il caso del Mercante di Venezia è troppo noto al pubblico per non essere immediatamente evocato come emblematico. … [il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata].

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