John Banville, Congetture su April (Guanda, 2010)

Scrivendo sulle pagine del domenicale de Il Sole 24 Ore (4 aprile 2010, p. 10), la giallista Laura Lippman gli ha rinfacciato di piegarsi all’insinuazione “che il [nostro] è un mestiere di cui vergognarsi, meglio non sbandierarlo troppo in giro”. E ha insistito: “il fatto che autori come John Banville, vincitori del Man Booker Prize adottino pseudonimi per le loro incursioni nei bassifondi della narrativa di genere, di certo non aiuta. C’è un termine per i figli che non vengono riconosciuti dal padre, e non è certo un complimento”.

Se Lippman intende suggerire (eufemisticamente e con quel filo di raffinata ipocrisia culturale che consiglia sempre a taluni di non assumersi la responsabilità di ciò che dicono e pensano) che Benjamin Black è il figlio bastardo di John Banville, potremmo assentire cedendo, solo per un momento, alla logica del “chi si contenta gode” (condivisa, pare, dal catenaccio con cui la redazione del Domenicale rinforza il messaggio dell’articolo: “Peccato che Banville si trinceri dietro il nome di Benjamin Black”). 

In realtà si potrebbe in realtà suggerire a Lippman – nello spirito del più collaborativo contributo letterario e culturale – di domandarsi sia perché Banville abbia fatto la scelta di scrivere sotto pen name, sia perché lo scrittore irlandese abbia scelto proprio questo pen name – e sia, infine, quale possa essere la ragione per cui l’edizione italiana di Elegy for April, pubblicata da Guanda nell’anno in corso, abbia deciso di estrometterlo del tutto dalle sue scelte traduttive, editoriali e tipografiche… 

Già, perché, se uno scrittore (Banville, che proprio di tali questioni si è occupato anche in un recente e importante intervento proposto – se non ricordo male – anche alla Milanesiana 2009) decide di affidare/appaltare un proprio testo (a costo di essere monotono – ricoeurianamente – “paradigma della [sua] condizione carnale e finita”) a un (altro) autore (Black) interrompendo l’omogeneità apparentemente inevitabile o culturalmente definita tra scrittore e autore, ci sarà pure una ragione – sul piano della concezione dell’essere umano, della sua esperienza/conoscenza della realtà, della rappresentazione di quest’ultima nella letteratura, e chi più ne ha più ne metta. 

Domani, al primo Irish Forum della nuova stagione presso FNAC, proveremo – come al solito – a ragionare di questi e di altri aspetti di Congetture su April, nel tentativo di andare tutti insieme al di là di una fruizione letteraria che limiti il proprio obiettivo a trascorrere “due giornate estive di sano riposo” – quelle dichiarate, ad esempio, da Francesco Giavazzi (Il Sole 24 Ore/Domenica, 19 luglio 2009, p. 27) come a lui necessarie per leggere “Dove è sempre notte di John Banville” (in realtà è un altro romanzo di Benjamin Black!), con commerciale invito a imitarlo, suggellato da un emblematico “c’è da divertirsi” (da intendere in senso assai lato e, comunque, da interpretare cum grano salis – molto! – letterario). Forse, come ha scritto Claudio Magris sul Corriere del 1 aprile 2007, p. 29, talvolta sarebbe “meglio non leggere, piuttosto che leggere male”… A domani, spero.

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3 thoughts on “John Banville, Congetture su April (Guanda, 2010)

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