“Cosa resterà di” un dibattito estivo…

Era il 1989 quando Raf cantava Cosa resterà di questi anni 80 – brano sapiente e commercialmente fortunato il cui testo, tra l’altro, li dipingeva come “Anni veri di pubblicità, ma che cosa resterà”… Non vorrei apparrire irrispettoso, ma sento riecheggiare quell’accattivante ritornello e quello specifico verso anche sullo sfondo dell’ennesimo dibattito letterario estivo sulla letteratura. Non che non l’abbia seguito con interesse (per quello che può valere il mio parere). Anzi! L’interesse è persino cresciuto di giorno in giorno grazie alla possibilità di inseguire le voci dei vari protagonisti saltellando da una versione online all’altra delle varie testate giornalistiche coinvolte (ecco un’ennesima ragione per ringraziare il Buon Dio che ci ha fatto vivere in quest’epoca internetizzata…). 

Tuttavia, in momenti diversi, proprio tra quelle illustri voci è risuonato almeno un paio di questioni a cui vorrei accennare brevemente in questa sede. Tranquilli, eventuali lettori: si tratta di rapidi e fugaci cenni per punti, semplici segnalazioni di dissonanze (grandi, però, concettuali, financo epistemologiche) che rischiano paradossalmente di indebolire quel rispetto per la letteratura (sia essa “alta” o “bassa”, “giovane” o “vecchia”, “antica o moderna”, “under 40” o “over 80″…) che tutti gli attori di quel play critico sostengono comunque di condividere. Eccole assai breviter.    

1) Siamo sicuri che valga – anzi, che sia mai stata ragionevole la contrapposizione tra politica e letteratura che Polaris ha riproposto sul Domenicale de Il Sole 24 ore del 15 agosto u.s. e che il titolo del suo pezzo riassume così: “Se la politica dà il peggio, la letteratura fa sperare”. Quasi che, per definizione, la letteratura si opponga alla politica (da non confondere con i bisticci partitici del passato e d’oggidì)… Non è, invece, vero che la politica (come cultura ed idealità, esperienza, elaborazione ecc. di relazioni istituzionalmente strutturate tra esseri umani a vari livelli ed in cronotopi d’ogni tipo) ne rappresenta uno degli ingredienti fondamentali? Certo, un ingrediente contraddittorio e controverso, come è sempre stato; ma è un ingrediente antropologicamente necessario e imprescindibile che, con molti altri, contribuisce a produrre frutti letterari straordinari e sempre sorprendenti.  

2) Tentando un ambizioso “riassunto e bilancio” del suddetto dibattito, Gianandrea Piccioli, già direttore e amministratore delegato della Garzanti, ha scritto sul numero di La Stampa/Tuttolibri di sabato 4 settembre u.s.: “la mia percezione dei brandeburghesi ascoltati sull’I-pod nella sala d’attesa della stazione Termini, tra africane in costume, pensionati italiani e badanti dell’Est è sicuramente diversa da quella del margravio Christian Ludwig ma anche da quella di mio padre”. Constatazione  (chiedo anticipatamente venia all’interessato) banale, tendenzialmente politically correct e persino datata, visto che, già vari decenni orsono, Jean Jacques Nattiez ragionava semioticamente sulla storicità dell’ascolto musicale. Tuttavia, è anche constatazione assai gravida di conseguenze problematiche che dà per scontata l’irrilevanza di un fattore ermeneutico di cui bisognerebbe tornare a parlare, con l’equilibrio, la sagacia ed il coraggioso realismo di chi sa di sfiorare (giornalisticamente ma non solo) una questione dall’indubbia valenza educativa: quella del rapporto libero ma responsabile tra il fruitore e la persona dello scrittore/autore nella sua articolata totalità. 

Continuando a non voler prendere (spesso per ragioni ideologiche) in considerazione queste due questioni (qui soltanto sinteticamente abbozzate), ci si potrebbe ritrovare l’estate prossima a rifare il verso a un’altra famosa canzone degli anni ’60 – questa volta, come i mitici Franco I e Franco IV, scrivendo non “t’amo”, ma “letteratura” sulla sabbia…

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5 thoughts on ““Cosa resterà di” un dibattito estivo…

  1. Caro Enrico,

    Grazie per le tue sempre stimolanti osservazioni. Mi affaccio al piccolo schermo del MacBook e le aspetto, mai deluso.
    Ora aspetto l’indicazione della ripresa – ci sarà? – degli incontri del lunedi’.
    A presto,
    Carlo

    • Caro Carlo,
      buon settembre, innanzitutto. C’è qualche novità sui nostri incontri del lunedì: ne trovi traccia nella solita PAGE in alto, che ora si chiama Irish Forum FNAC!
      un caro saluto e a presto, spero.

  2. Gent.mo Prof Reggiani,

    aspettavo anche io con ansia di trovare Sue comunicazioni riguardo i soliti incontri letterari che accompagnano gradevolmente tutti i nostri lunedì invernali e non.
    Ho apprezzato molto il Suo commento riguardo al difficile, seppure imprescindibile, rapporto tra politica e letteratura (non foss’altro per gli inevitabili riferimenti con la cultura latina, la cui letteratura verteva quasi principalmente, a una esplicita propaganda politica; oltre agli ulteriori riscontri nel giornalismo cartaceo moderno). Oltremodo non è da dimenticare l’apporto culturale che rimane sempre vivo nei cuori e nelle menti di qualche raro cultore della letteratura (e della lingua, italiana nel nostro caso), Cesare Segre, il 13 Gennaio 2010 sul “Corriere della Sera” ha scritto un articolo proprio sulla conservazione della nostra lingua madre (quasi fosse una specie in estinzione!) dal titolo “Così degrada la nostra lingua. L’italiano e i registri violati”; oppure il pezzo di Ida Bozzi, sempre sul “Corriere della Sera” del 14 Gennaio 2010 che titolava così: “Tutti parliamo allo stesso modo. L’italiano perde efficacia e vivacità”. Ma Lei si riferiva principalmente alla questione letteraria, alla sensibilità per la parola scritta, depositaria di verità nascoste, conoscenza, arricchimento personale e cultura. Sulla sensibilità letteraria ho le mie opinioni: basti osservare il quasi totale disinteresse per una bella e sana pagina scritta. Il cuore sensibile è un cuore aperto, colto e avido di conoscenza, qualità che gran parte del mondo moderno ha dimenticato (ma non vogliamo scadere nel banale). Una sensibilità che, sola, può aiutare a cogliere quella sfumatura letteraria (non sempre incisiva, talvolta labile, ma pursempre presente), quello spirito con cui una frase è stata scritta, trasmessa ai posteri o inviata come slogan al mondo moderno, che non legge e che per questo rischia di perdersi tante sfumature capaci di arricchire proprio quella sensibilità. Forse dedicando più tempo alla lettura che alle “chiacchere” molti politici imparerebbero ad organizzare idee, interventi e manifestazioni. E’ chiaro che se il giornalismo moderno continua ad usare i quotidiani settimanalizzandoli saremo sempre costretti a leggere del “caso Fini” in eterno (almeno finchè non ci sarà qualche altra notizia “bollente” da far “ribollire” fino all’esplosione definitiva della pentola!)

    Cordialmente
    AF

  3. Gent.le Prof. Reggiani, è la prima volta che partecipo, anche se virtualmente, ai suoi inviti letterari, ma le faccio i complimenti per il suo blog e per le sue iniziative musico letterarie proposte quest’anno.
    Mi permetto di dare il mio modesto contributo al suo post, che ho letto come sempre, con molto interesse cercando di comprenderne bene le motivazioni
    L’impressione che ne ho ricavato, al di là della polemica letteraria cui accenna, che per altro non ho seguito, non amando molto le polemiche, è che il rebus (ammesso che sia un rebus) da risolvere non sia se è la politica ad alimentare la letteratura o viceversa,
    ma quanto l’una o l’altra riescano ad essere credibili con i dovuti distinguo. E’ proprio la credibilità che oggi sembra essere andata in pezzi in tutti campi.
    Concordo pienamente con lei che tutto è armonicamente collegato, tutto e tutti sono l’ espressione di un momento storico culturale che andiamo a considerare e che ciò sia un dato acquisito già da tempo; quindi è forse giusto chiedersi cosa resterà, con queste premesse, di azioni e di parole che rischiano di apparire scalfite sulla sabbia?
    Credo il danno prodotto, da un periodo, prima decade del 2000, carico di aspettative e attese come non mai, andate deluse, che ha alimentato paure, diffidenze, frustrazioni, senso di precarietà, violenze e che abbiamo vissuto, chi più chi meno….. “facendo finta che la gara fosse (sia) arrivare in salute al gran finale” come nel bellissimo e ironico testo, di L.Dalla di qualche anno fa ,“Quale allegria”.
    Forse (ed è questa la speranza) saranno tutti quelli ( storici, artisti, scrittori, poeti ecc,) chiamati a dare con le loro opere, una “lettura” del vivere e del sentire comune, a suggerirci una possibile via di uscita.

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