cibarsi nella Tempesta

L’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi e l’Auditorium Lattuada ospitano seIncontri, ciclo di lezioni aperte a cura di Giuseppe Di Leva (docente di drammaturgia). Iniziativa interessante il cui perno è il teatro, arte proteiforme e sfaccettata, punto d’incontro di musica, scienza, letteratura, danza e arti figurative.

Il primo incontro, dal titolo “Il cibo dello schiavo”, si è svolto il 24 Febbraio, con la presenza della relatrice Margaret Rose (docente di Storia del Teatro presso l’Università Statale di Milano), dello stesso Di Leva, in veste di moderatore, e della drammaturga Renata Molinari. Tema dell’incontro è la Tempesta di William Shakespeare: la pièce, anche se troppo complessa e macchinosa per il teatro contemporaneo perennemente sull’orlo di una finanziaria crisi di nervi, è ricca di spunti per il mondo d’oggi in cui la migrazione e l’incontro-scontro col diverso sono parte integrante dell’esperienza. Margaret Rose racconta, con eleganza e invidiabile capacità di sintesi, della presenza del cibo e del rapporto con esso che emerge da un’attenta lettura del testo shakespeariano. Nell’Inghilterra a cavallo tra XVI e XVII secolo il problema del cibo è in primo piano: le carestie, le enclosures (l’appropriazione indebita di terre comuni da parte di facoltosi privati) e le sempre più frequenti speculazioni sul commercio del grano aumentano esponenzialmente il divario fra la tavola vuota dei poveri e l’opulento banchetto dei ricchi. Il cibo si fa protagonista ne La Tempesta di una rivoluzione copernicana alimentare, in cui i potenti, naufraghi in un’isola loro sconosciuta, muoiono di fame, e in cui il povero, l’indigeno Caliban, si alimenta regolarmente, con varietà e abbondanza, perché interlocutore della natura, suo figlio rispettoso e fedele.

La grammatica del cibo ne La Tempesta si articola in tre momenti successivi: il momento iniziale in cui l’ambiguo Caliban svela il suo rapporto di profonda intimità e familiarità con l’isola, la quale lo ripaga con i suoi abbondanti frutti; il momento del banchetto, in cui Prospero affida allo spirito Ariel l’organizzazione di un pasto per il naufrago re di Napoli, Alonso, e la sua corte, banchetto che il re e i suoi, dopo dubbi ed esitazioni, decidono di consumare e che, improvvisamente, scompare lasciandoli in preda ai morsi della fame; e il momento finale, il momento del masque, in cui la figura mitica di Cerere, dea del raccolto e della fertilità, serve ad auspicare un ritorno all’equilibrio e all’armonia con la natura, in un mondo in cui il povero e il ricco, lo schiavo e il padrone possano sedere alla stessa, abbondante, tavola.

Anna Anselmo (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s