2012 in review

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4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 24,000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 6 Film Festivals

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Sulla lettura da La Lettura… (lunedì, 26 novembre 2012 )

Caro Dott. Di Stefano,
ho molto apprezzato il suo ampio pezzo di oggi sulla incompetenza (in senso tecnico) interpretativa di un italiano su due per quanto riguarda la lettura (in senso ampio) dei testi (La Lettura del Corriere della Sera, 25 novembre 2012, pp. 2-3). L’avrei apprezzato ancor di più se, oltre agli illustri specialisti non-letterati interpellati, avesse anche scelto un interlocutore “letterario” (in senso ampio e aggiornato), professionalmente attrezzato nell’ambito della ermeneutica culturale della testualità, (forse) con qualche esperienza più specifica in quest’ambito e qualche responsabilità altrettanto “settoriale” per risponderle. Devo interpretare questa assenza come una (legittima, per carità) sfiducia nei confronti di quest’ultima tipologia di specialisti? Va da sé che ritengo di potermi annoverare tra costoro e che mi considero da tempo impegnato nella lodevole attività da lei tanto accuratamente promossa come necessaria. Lo faccio (per quanto posso) sia nelle aule universitarie in cui insegno, sia in altra sede, reale o virtuale. Dovesse interessarle conoscere questo mio impegno, può trovarne notizia ad esempio nel mio blog “Irish Literature and other literaria” (reperibile all’indirizzo http://wbyeats.wordpress.com/), al quale offrono contributi anche miei studenti (adeguatamente e personalmente formati) e collaboratori. Grazie per la sua attenzione.
Cordiali saluti e buon lavoro.
Prof. Enrico Reggiani
(Università Cattolica, Milano)

questa la cortese replica di Paolo Di Stefano (Corriere della Sera.it, lunedì, 26 novembre 2012; l’originale è reperibile qui)

Gentile Prof., la ringrazio. Sono tutt’altro che diffidente verso i letterati, consoderandomi anch’io tra quelli. Nella fattispecie, avrei potuto interpellare tante altre persone di settori anche diversi, che vanno da quello educativo a quello neuroscientifico.

Un Guardiano Milanese by Pinter & Loris

Matteo Fraccaro (studente del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia Inglese, tenuto dal Prof. Enrico ReggianiUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

“Il Guardiano” di Harold Pinter, regia di Lorenzo Loris, andato in scena al Teatro Out Off nel bel mezzo del gelido inverno milanese, è molto più di una semplice riproposizione di uno fra i più celebri testi del drammaturgo inglese, premio Nobel per la Letteratura 2005: è un’esperienza di riflessione profonda.

   Tutto ha inizio quando un uomo dall’aspetto distaccato e con la fissa per ‘aggiustare le cose’, Aston, porta nel suo appartamento il barbone Davies e gli permette di stabilirvisi per un po’. La situazione si ribalta però col sopraggiunge del vero padrone della casa, Mick, fratello minore di Aston, dallo spiccato spirito imprenditoriale. I due fratelli proporranno a Davies di lavorare come guardiano della proprietà ma, in seguito a continui rinvii, incomprensioni e rivelazioni sconcertanti, la situazione precipita verso l’inevitabile rottura degli equilibri instauratisi fra i tre. 

   Molti fattori fanno sì che lo spettatore si ritrovi inevitabilmente coinvolto nello narrazione, come il susseguirsi di climax e anticlimax, il linguaggio semplice, diretto e del tutto privo di retorica, o l’ambientazione claustrofobica dell’appartamento, unica scena che fa da sfondo alla vicenda. Eppure le tessere del puzzle sembrano sempre non combaciare come ci si aspetterebbe, anzi, vengono mescolate e rimescolate in continuazione. Attimi di comicità grottesca, acida, quasi brutale, si susseguono a momenti in cui il dramma si fa intenso, vibrante, in un’altalenante aritmia emotiva che può arrivare a spiazzare anche l’astante più consumato.

   Il tempo diegetico, con l’evolversi della storia, si dilata sempre più, parallelamente alla monotona sensazione di attesa e di vuoto, di rinvio degli impegni e dei sogni: l’approdo finale è l’incomunicabilità più assoluta, dove ogni individuo si richiuderà nella propria crisalide fatta di egoismo, piccole manie, stereotipie cristallizzate e desideri irrealizzabili. Senza ombra di dubbio la più evidente manifestazione di questa autentica ‘gabbia’ stretta attorno ai protagonisti è lo scenario ove ha luogo l’intera rappresentazione: … [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

“A Singer Born”. Joyce, Yeats e la musica

Enrico Reggiani, “‘A Singer Born’. Tracce musico-letterarie in Joyce and Yeats: una ricognizione comparativa”, La Torre di Babele. Rivista di Letteratura e Linguistica (Università di Parma), n. 7 (2011), pp. 91-110

Le tracce, minuscole o monumentali, della cultura musico-letteraria d’Irlanda sono sempre state e sono tuttora straordinariamente numerose e diversificate – si tratti, ad esempio, di quelle elaborate nello scrigno prezioso delle sue tradizioni mitologiche o di quelle concepite nel tempestoso e appassionato flusso dei suoi eventi storici. Per essere adeguatamente compreso, questo corpus plurimediale, accumulato lungo i secoli e composto tanto da testi completi, quanto da riferimenti sparsi, dovrebbe essere accostato ed interpretato nella sua totalità plurimediale – ovvero senza separare la combinazione di elementi che la costituisce: da un lato, letteratura e musica; dall’altro, altri ambiti culturali tra loro differenziati (quali, ad esempio, estetica e antropologia, religione e politica, storia ed economia, psicologia ed etica) che contribuiscono sia all’identità plurimediale di quel corpus, sia alla sua (efficace) interazione plurimediale con i suoi destinatari (potenziali e reali).

Questa prospettiva interpretativa vale certamente per i seguenti campioni di esperienza musicoletteraria irlandese, organizzati in ordine cronologico intorno ad alcuni dei suoi più indimenticabili protagonisti.

Vale, in primo luogo, per gli antichi bardi irlandesi, i quali “belonged to an ancient Celtic order of minstrel-poets”, “were poets, not musicians—a fact which has not unfrequently been overlooked by writers on this subject”, e, secondo Seathrún Céitinn (un sacerdote cattolicoromano irlandese il cui nome gaelico fu anglicizzato come Geoffrey Keating, ca. 1569-1644), vivevano in un’”Irlanda arcaica”dove “their laws, their system of physic and other sciences, were poetical compositions, and set to music, which was always esteemed the most polite part of learning among them”.

Vale, in secondo luogo, per i menestrelli medievali – vere e proprie stelle della vita di corte le cui specifiche funzioni sono spesso tuttora da determinare con precisione – dotati del talento di fondere differenti testualità (verbali e musicali, autonome ma, al tempo stesso, complementari) ed eredi di quei menestrelli pre-cristiani i cui incontri con San Patrizio furono narrati da Standish Hayes O’Grady (1832-1915) nella sua Silva Gadelica.

Vale, in terzo luogo, per Thomas Moore (1779-1852), che, dopo la pubblicazione del primo volume delle sue celebrate Irish Melodies (1808), concepì anche il progetto di una “collection of political songs to Irish airs”, esplicitando un’intenzione già evidente nella sua prima e precedente fatica musico-letteraria per chi sappia individuarla al di là delle (superficialmente) conclamate apparenze delicate e sentimentalistiche.

Vale, infine, per Thomas Davis (1814-1845), la cui Preface al volume antologico The Spirit of the Nation (1845) ne esplicita programmaticamente l’intenzione di rappresentare con “a book of ballads and songs” (cioè con testi musico-letterari nella forma di “ballads and songs”) l’idea che “music is the first faculty of the Irish” – idea, questa, che non deve essere ridotta a banale celebrazione dell’arcinota musicalità irlandese o a semplice strumentalizzazione di una concezione estetica in chiave iper-nazionalistica. Al contrario, [il resto di questo ampio saggio è reperibile cliccando qui].  © Riproduzione riservata. In caso di citazione in altro testo (anche non a carattere scientifico), è obbligatoria la segnalazione della fonte bibliografica sopra indicata.

Un nome per l’Europa

Enrico Reggiani, “Un nome per l’Europa”, Comunità Universitaria, 7, ottobre 2003, p. 3

N.B. Recupero dall’”archivio” un mio breve articolo di un decennio fa e lo propongo come contributo all’interessante riflessione proposta da Eva Cantarella sul Corriere della Sera di ieri (19 maggio 2012, p. 6): la potete leggere qui. Quanto segue è, invece, farina del mio modesto sacco… 

   Il 16 novembre dello scorso anno [2002], sulla prima pagina del Corriere della Sera – secondo un’impaginazione che lo teneva timidamente defilato verso il margine e con un carattere tipografico non esuberante, come capita a molte altre riflessioni propriamente “culturali” sull’Europa - faceva capolino il titolo evocativo (“I confini diversi d’Europa”) di un contributo di Tommaso Padoa-Schioppa, dal quale riporto un passo cruciale per il breve ragionamento che vorrei proporvi: “Nella lunga strada della sua pacifica unificazione Europa è entrata vestendo l’abito dimesso di un aggettivo declinato al femminile: europea. La dignità del sostantivo era riservata ad altre parole, come comunità, carbone, acciaio, difesa, unione. Ora il presidente della Convenzione europea, Valéry Giscard d’Estaing, propone di dare a Europa l’abito stupendo del sostantivo […]. Riflettere sulle parole qui brevemente evocate, sul loro susseguirsi nel tempo, sul passaggio da un aggettivo all’altro, da un aggettivo a un sostantivo, non è un gioco di parole; è un veicolo per viaggiare nella storia dell’unificazione europea e per entrare nel cuore stesso dei dilemmi di oggi”.

   Anche senza ricorrere al latinorum del proverbiale “nomen omen” (che vale “nel nome il destino”) o del giustinianeo in versione dantesca “nomina sunt consequentia rerum” (cioè “prima si danno le cose, poi i loro nomi”), si comprende facilmente come la questione del sostantivo con cui designare l’Europa – che equivale, lo avrete certamente intuito, a quelle della sua substantia (ciò che “sta sotto” e che permane al di là delle mutevoli apparenze), della sua identità, e delle sue radici – sia cosa di non poco conto: anzi, è a tutti evidente che si tratta di un tema di grande rilievo anche perché non è nuovo, non è solo del nostro tempo smemorato, che talvolta vanta smanie di originalità non giustificate e talaltra non elabora la sua consapevolezza del passato.

   Di tale questione offrono abbondante testimonianza anche la lingua, la letteratura e, più in generale, la cultura d’Inghilterra che, per designare il Vecchio Continente, dispone di almeno due risorse linguistiche autonome e storicamente differenziate, Europa e Europe (per tacer di una terza, Europ, una sorta di grado zero che vi risparmio e che pare – ma non sempre lo è – scherzo di copista o di tipografo…). In breve:… [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui; qui, invece, potete leggerlo nella sua effettiva sede giornalistica del 2003].  © Riproduzione riservata

Grazie a Rina Brundu che lo ha riproposto nel suo blog Rosebud – Giornalismo online, idealmente sospeso tra Sardegna e Irlanda.

2011 in review

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The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 24,000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 9 sold-out performances for that many people to see it.

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E’ fallita la Big Society?

Radio Vaticana, intervista a Enrico Reggiani a cura di Emanuela Campanile, 10 agosto 2011

La Big Society (Grande Società) si basa sul principio di costruire una grande società che eserciti il suo potere sottraendolo ai politici e ridandolo alle persone. Manca un tassello però: quello della responsabilità personale.
Sui violenti scontri in Inghilterra l’ombra del fallimento di un sistema sociale inadeguato.

 

Per ascoltare l’intervista clicca qui.

Jane dei record

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore), L’Osservatore Romano, sabato 16 luglio 2011, p. 4

Come ha scritto di recente Henry Woudhuysen (università di Londra) sulle pagine del «Times Literary Supplement» (8 luglio 2011), «uno degli effetti piacevoli della lettura dei cataloghi delle aste è il fatto che essi collocano casualmente uno accanto all’altro gli articoli in vendita, non li inseriscono in narrazioni o storie, ma li fanno dialogare in modo assai peculiare». Woudhuysen dice bene, ma il piacere prodotto da tali dialoghi casuali e irripetibili tra oggetti di varia natura è minore di quello arrecato dall’impressione di poter toccare con mano tesori inesplorati, scrigni di nuove conoscenze, segreti — finanche parziali — di vite e di vicende umane e creative.

Il 14 luglio Jane Austen è stata battuta da Sotheby’s, la grande casa d’aste fondata nel 1744 dal libraio londinese Samuel Baker che si rese, ad esempio, protagonista nel 1823 della vendita della biblioteca che Napoleone portò con sé nell’esilio di Sant’Elena. La cifra è strabiliante: un milione e centoventicinquemila euro.

Segnalata in questo modo, la presenza di Austen in quel contesto commerciale rischia di trasformare in una tardiva Moll Flanders(ricordate l’abile e indomita promoter di se stessa del romanzo di Daniel Defoe?) l’autrice di Sense and Sensibility (1811), di Pride and Prejudice (1813) e di altre fiction che furono assai apprezzate dai lettori del suo tempo con significativi riscontri finanziari.

Eppure il fiuto per gli «affari editoriali» non mancava a questa illustre figlia di un pastore anglicano, che arrotondava la congrua facendo l’agricoltore. Troppo di frequente considerata (soprattutto nelle nostre scuole) l’accomodante icona di un microcosmo medio-borghese, segnato da un forte codice morale e dalla necessità di ribadire la legittimità della propria indebolita matrice sociale, Austen (1775-1817) ebbe, in realtà, una coscienza chiara ed equilibrata dei processi economici e politici che influenzavano la vita della cosiddetta minor landed gentry (piccola nobiltà terriera) e che venivano accompagnando la nuova stagione del protagonismo femminile sul piano sociale e culturale.

Non le sfuggì, ad esempio, … [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui oppure in questo pdf.  © Riproduzione riservata]

Com’è difficile “interrogare” Coetzee su verità e menzogna

Enrico Reggiani, ilsussidiario.net. Il Quotidiano approfondito, lunedì 11 luglio 2011

Ci sono casi in cui, quando si ragiona di letteratura e del suo contributo al più ampio universo della cultura (qualunque cosa essa sia e comunque la si voglia definire: ad esempio, direbbe Ratzinger, come “forma di espressione comunitaria, sviluppatasi storicamente, delle conoscenze e dei giudizi che caratterizzano la vita di una comunità”), sarebbe meglio dirsi la verità (con la v minuscola, per carità…); sarebbe meglio non farsi tentare dalla bugia, con le sue chiacchiere contrarie alla realtà e ingannevoli, o dalla menzogna, che ricorre alla parola per immaginare cose false e non corrispondenti al reale (giusto per offrire un contributo etimologico a questa contemporanea, ma non esaltante diatriba…).  

Quando, poi, si ha a disposizione un genio della riflessione e della testualità letterarie del calibro di John Maxwell Coetzee (di un frammento della Milanesiana 2011 impreziosito dalla sua presenza si sta ovviamente ragionando, accaduto la sera di domenica tre luglio nella bella sala rinnovata del Teatro Dal Verme e dedicato a Le menzogne necessarie), beh, allora, verrebbe soltanto da chiedergli il segreto del suo modo di dare concretezza testuale al fluttuante reticolo di relazioni tra verità, bugia, menzogna e compagnia bella. Magari, perché no, con qualche domanda culturalmente (im)pertinente ed incisiva in più – e qualche vaniloquio introduttivo di prammatica in meno su “ri-racconto” e “riscrittura” (buttati lì così, quasi una glassa tecnicistica), nonché su Robinson Crusoe di Defò [sic], come “opera di letteratura che, pur essendo menzognera e falsificante, sfida i secoli più della verità”…

Le domande e, soprattutto, le risposte del pluripremiato scrittore sudafricano ora residente in Australia, insignito del Nobel per la Letteratura nel 2003 (oltre che – non guasta, anzi! – raffinatissimo docente di letteratura inglese, della cui sagacia ermeneutica offrono testimonianza, ad esempio, due preziosi volumi di saggi, Spiagge straniere e Lavori di scavo, curati per Einaudi da Paola Splendore) ci avrebbero sicuramente aiutato a comprendere, insieme al rapporto tra bugia e menzogna, anche il senso profondo di un folgorante frangente narrativo dello straordinario Aspettando i barbari (Waiting for the Barbarians, 1980).

In tale frangente, infatti, ragionando sulla tortura con il magistrato protagonista del romanzo che gli chiede: “Come fa a sapere se un uomo le ha detto la verità?”, … [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

lingue, letterature e culture per EXPO 2015

Nell’A.A. 2010-2011 il blogger ha ideato e curato un’intera annata di contributi centrati sul tema “Nutrire il pianeta: energia per la vita” apparsi nella sezione “Per una didattica delle lingue e delle culture” (da lui diretta per vari anni) della rivista Nuova Secondaria (edita da La Scuola Editrice) con la preziosa collaborazione della prof. Cristina Bosisio e per conto del Dipartimento di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’UCSC.

Il piano generale di tale iniziativa (che si concluderà con un dossier in uscita dopo le vacanze) è presentato in questo file. Quanto segue è l’abstract di un articolo esemplificativo proposto in tale sede da Anna Anselmo (Università Cattolica del Sacro Cuore) nel numero 8/2011 (pp. 80-82) e intitolato “The Almighty, indeed, sent the potato blight, but the English created the Famine”. Reactions in Poetry and Politics to the Great Irish Famine (1845-1849).

La Grande Carestia (1845-1852) fu solo una delle crisi alimentari che colpirono l’Irlanda nel corso del diciottesimo e del diciannovesimo secolo. A contraddistinguerla i numeri, la cui implacabile “fattualità” lascia poco spazio ai revisionismi storici: il fungo, phytophthora infestans, che colpì il raccolto di patate dal 1845 al 1849 circa, causò un milione di morti e l’emigrazione di quasi due milioni di persone. Questo l’odioso risultato di una tragedia che fu umana, ma anche, forse soprattutto, culturale, politica, identitaria.

L’Irlanda di metà Ottocento era colonia; ormai ‘ufficialmente’ inghiottita, secondo l’Act of Union del 1801, da un’Inghilterra formidabile, “conradiano” avamposto del progresso. La carestia svelò in maniera incontrovertibile l’ipocrisia di questa unione; mostrò l’abisso che separava una Gran Bretagna tecnologica e industriale da un’Irlanda le cui sacche di povertà erano talmente drammatiche da sembrare quasi obsolete, anacronistiche; l’abisso che separava un mondo in continua evoluzione da uno che si muoveva più lento, ancora in cerca della sua forma di progresso e modernità.

La carestia irlandese racconta di questa “irriconciliabile vicinanza”. Racconta di un’Irlanda fiaccata dalla natura, ma anche da una “madrepatria” prepotente che interviene, ma in superficie, che aiuta, ma senza sporcarsi le mani, che vede la tragedia, ma cerca di giustificarla con la politica economica, il laissez-faire, il pregiudizio anticattolico, l’ignoranza. La carestia ridona all’Irlanda la consapevolezza della propria schiavitù e la spinge verso quel sentire antibritannico che nel giro di sessant’anni la porterà all’indipendenza. La carestia insegna all’Irlanda che le tragedie non sono mai interamente “autosufficienti”, che, nelle parole del nazionalista irlandese John  Mitchel, “The Almighty, indeed, sent the potato blight, but the English created the famine” (The Last Conquest of Ireland (Perhaps), 1861).

Il volto dell’Irlanda, così complesso, sofferente, creativo e pieno di vitalità, non può essere ricostruito prescindendo da questo capitolo della sua storia.

© Riproduzione riservata

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