Quattro giacche a fare i pali. Calcio e letteratura anglosassone

480px-Brazil_2014.svg[1]Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano), L’Osservatore Romano, a. 154, n. 137, mercoledi 18 giugno 2014, p. 4

   Come e più che in passato, con gli imminenti Mondiali brasiliani, il ruolo letterario e culturale del calcio si impone al centro della scena globale. Potrebbe essere una loro conseguenza virtuosa, visto che sempre meno numerosi – fortunatamente – sembrano essere gli epigoni di coloro che sdottora(va)no della sua irrilevanza (quando non addirittura della pericolosità) non molto tempo addietro anche nelle nostre lande.

   Se pare ormai condivisa l’idea che i “rituali” del calcio propongano la “descrizione di una battaglia” (Alessandro Dal Lago, 1990), ci si è anche spinti fino a considerarlo – non senza qualche acrobazia concettuale e analogica – sia “una buona allegoria del lavoro letterario” (Cristina Taglietti, 2009), sia uno strumento di espressione della vacuità del lavorio del critico: “la fedeltà bovina al testo, ai marchingegni narrativi, alle strutture sociologiche hanno reso la critica tediosa come le trasmissioni calcistiche sulle quali si fa un gran disquisire sulla differenza tra 4-3-3 e 4-3-1-2” (Alessandro Piperno, 2009).

   Saranno pure tediose quisquilie tecniche queste ultime, ma l’affascinante e prestigiosa premier league delle culture220px-Fuleco.2013[1] anglofone, in cui queste ultime sembrano contendersi il trofeo della miglior letteratura in lingua inglese, mostra la sua straordinaria vitalità proprio a partire dalle differenti denominazioni di schemi, ruoli, zone del campo, tattiche, strategie e via scorrendo le voci dell’enciclopedia calcistica e le loro declinazioni glocalizzate. Ne fanno fede, ad esempio, la miracolosa concentrazione di un’identità nazionale inclusiva che si respira in termini quali bafana bafana (entustiatico soprannome Zulu della nazionale sudafricana, traducibile come “avanti, ragazzi! Avanti ragazzi!”, interpretato spesso anche alla luce della forte inflessione comunitaria del concetto africano di “ubuntu”) o la fantasiosa intuizione personale del giornalista Tony Horstead, al quale si deve la differente origine e vicenda del nomignolo dei Socceroos, evidentemente modellato su kangaroo con immediato e costante successo, durante una serie di partite giocate dalla nazionale australiana nel Vietnam del Sud nel 1967.

220px-Brasil_2014_Football_Flag_and_Trophy[1]   Tanto fascinoso è l’intreccio tra pallone (calcistico in senso lato) e parole che bisogna poi fare anche i conti con l’inesauribile cornucopia di citazioni leggendarie, di dubbia attribuzione o prodotte da evidente manipolazione, che vengono catturate nella rete di internet e colà replicate senza posa e verifica. Due, su tutte, meritano menzione in questa sede…

[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile a p. 4. © Riproduzione riservata].

this blog: 2013 in review. BEST WISHES FOR 2014!

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I Diari di Virginia Woolf al Festivaletteratura di Mantova 2013

logo Festivaletteratura 2013Laura Anelli (dottore magistrale in Lingue e Letterature Straniere, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2012-2013)

Mantova, 7 settembre 2013. È nella splendida cornice della città dei Gonzaga che si tiene ogni anno, dal 1997 ormai, il Festivaletteratura, occasione di incontro per amanti della letteratura in ogni sua forma, desiderosi di approfondire le loro conoscenze, assaporare nuove tendenze e incontrare autori di un certo calibro come anche volti nuovi.

Tra le varie conferenze proposte è stata molto interessante quella sui Diari di Virginia Woolf, presentata da tre donne d’eccezione: Liliana Rampello, docente di Estetica all’Università di Bologna; Ginevra Bompiani, scrittrice, editrice e saggista nonché esperta di letteratura femminile; Bianca Tarozzi, traduttrice che vanta collaborazioni con Mondadori e Bompiani. Sotto un tendone allestito nel Cortile dell’Archivio di Stato, tra la brezza settembrina e al riparo da ogni rumore molesto, diari di VWqueste donne hanno saputo accompagnarci nel turbolento mondo interiore di una donna altrettanto d’eccezione: Virginia Woolf.

L’autrice inglese, infatti, confessò spesso alla carta i segreti più intimi della sua vita, i suoi pensieri, le sue riflessioni ma anche alcuni aneddoti familiari che ci fanno conoscere una donna dalle mille sfaccettature, complessa quanto i suoi romanzi. D’altronde, come Tarozzi ha ricordato, la Woolf era solita dire “You can’t sum up people”. La necessità della Woolf di trovare conforto nella scrittura del diario si manifestò molto presto. Le sue prime pagine risalgono a quando l’autrice era adolescente, appena tredicenne, mentre le ultime sono datate solo alcuni giorni prima del suo suicidio, avvenuto il 28 marzo 1941.

virginia woolf 2In questi scritti a lei tanto cari (quando la sua casa fu bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, ebbe la cura di portare via con sé solamente i suoi diari e le opere di Darwin), la Woolf si interroga sulla propria vita, sul ruolo del diario, sulla carriera di scrittrice che le ha cambiato la vita, sul suo rapporto con Vita Sackville-West, con il marito Leonard e con la sorella Vanessa. Ne emerge una Woolf intima e poetica al tempo stesso, che non teme di mettersi a nudo e che lascia anche al marito la possibilità di  leggere e di scrivere sui suoi diari (occasione, tuttavia, che Leonard coglierà solo una volta). Emergono anche i segni della malattia e le sue riflessioni sulla stessa, anche se vi sono pause nella compilazione, silenzi che coincidono con i periodi crisi di cui la Woolf soffriva.

Un ulteriore filo conduttore dei diari, che Tarozzi ha tradotto per intero anni fa ma di cui solo ora è iniziata la pubblicazione, è la  ricerca continua della scrittrice per cercare di capire cosa sia la realtà, come sia possibile rappresentarla e rappresentarla al meglio, e cosa sia la vita. Domande a cui la Woolf prova a dare risposta in uno dei suoi più noti saggi, Modern Fiction poi rivisto in The Common Reader, in cui ci spiega che “Life is not a series of gig lamps symmetrically arranged; life is a luminous halo, a semi-transparent envelope surrounding us from the beginning of consciousness to the end.”virginia woolf 1

Tuttavia, da questi diari emerge anche una Woolf con un aspetto se si vuole più umano con tutto il suo snobismo, lo strano rapporto con il denaro e l’abbigliamento, il suo amore per Londra e il suo pacifismo. Emergono anche lati esilaranti del suo carattere: ad esempio, quando critica Joyce (a cui deve forse molto nella sua ricerca sulla coscienza e i moments of being ricordano sotto diversi aspetti le epiphanies joyciane) e la sua opera, che la scrittrice aveva rifiutato di pubblicare; oppure quando prende di mira la cuoca di famiglia, Nelly, con la quale ha un rapporto di amore e odio. Tra le due è una sfida continua anche perché una volta Nelly ha osato dire alla Woolf di uscire dalla sua stanza nella quale la scrittrice non aveva diritto di stare. Chiunque sia entrato in contatto almeno una volta con l’opera della Woolf sa benissimo quanto il tema della “room of one’s own”  fosse scottante per l’autrice che lo elaborò in un testo famoso. Di questo testo woolfiano, che ha spesso attirato l’attenzione degli a room of one's own 1studiosi, la scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett scrisse la parodia Una stanza tutta per gli altri  in cui le continue diatribe tra “Ginia” e Nelly, sono raccontate da parte della cuoca che dà un ritratto completamente diverso dell’autrice.

La Woolf non è impietosa solo con la sua servitù: anche dei membri dei vari ceti sociali, dal senzatetto all’esponente della upper-class, la scrittrice fa un ritratto sicuramente ironico ma anche tagliente, senza risparmiare niente a nessuno, utilizzando in modo magistrale il genere testuale del diario, il cui destinatario non dovrebbe essere altri che l’autore stesso, proiettato nel proprio futuro. Woolf sfrutta tutte le occasioni che tale genere testuale le offre, per lanciare stoccate ed esprimere opinioni, ma anche per narrare di sé e della sua vita, della realtà che la circonda da cui spesso ha attinto per i suoi romanzi. Pur nonvirginia woolf 3 avendo mai preteso che i suoi diari venissero pubblicati, la scrittrice lasciò al marito l’incarico di farne ciò che preferiva, forse intuendo che il marito li avrebbe fatti conoscere al pubblico per consentire ai lettori di scoprire non solo l’autrice e la saggista, ma anche la donna, la sua anima e la sua mente, che sono state capaci di regalarci opere dal valore incommensurabile.

I turbamenti del giovane Amleto

Giovedì 26 settembre alle ore 18.30 (ingresso libero) – Teatro Franco Parenti

All’incontro intervengono Celeste Moratti (regista), Enrico Reggiani (docente di Letteratura inglese Università Cattolica), Fulvio Scaparro (psicologo, saggista, opinionista del Corriere della Sera).

In occasione dello spettacolo “Hamlet” della compagnia newyorkese Hyperion Theatre, Hamlet diretto da Celeste Moratti

diretto da Celeste Moratti

(mercoledì 25, giovedì 26, venerdì 27 settembre 2013)

PREZZI | PROMOZIONE SPECIALE STUDENTI PROF. REGGIANI – INGRESSO 5 anziché € 25 su tutte le repliche

ORARI | mercoledì h.19.30; giovedì h.20.45; venerdì ore 18.

DURATA| 1 ora e 50 minuti + breve intervallo

INFO E PRENOTAZIONI| dott. Guido Martella, formazione@teatrofrancoparenti.it; tel. 3407284982

 A seguito del successo ottenuto nel 2011 con A Midsummer Night’s Dream, Hyperion Theatre Company è felice di annunciare il suo Hamlet. Per la regia di Celeste Moratti e con un cast di attori le cui esperienze includono tutto il panoramaceleste moratti del teatro sperimentale newyorkese (da La MaMa ad Alvin Ailey al Living Theatre di Judith Malina), questa versione contemporanea del capolavoro di Shakespeare si concentra sull’elemento più universale e atemporale della storia: padri, madri (troppo presenti o assenti al punto di diventare fantasmi), figli e figlie che pagano care le conseguenze degli errori dei loro genitori. Amleto diventa così una storia di crescita, la storia di un ragazzo senza responsabilità che in un momento di crisi riceve dal padre un’ingiunzione impossibile (“vendicami, uccidi ma senza intaccare la tua mente”) ed è costretto a riflettere sulle terribili conseguenze che diventare un uomo comporta.

Spettacolo in lingua inglese. 

2012 in review

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Sulla lettura da La Lettura… (lunedì, 26 novembre 2012 )

Caro Dott. Di Stefano,
ho molto apprezzato il suo ampio pezzo di oggi sulla incompetenza (in senso tecnico) interpretativa di un italiano su due per quanto riguarda la lettura (in senso ampio) dei testi (La Lettura del Corriere della Sera, 25 novembre 2012, pp. 2-3). L’avrei apprezzato ancor di più se, oltre agli illustri specialisti non-letterati interpellati, avesse anche scelto un interlocutore “letterario” (in senso ampio e aggiornato), professionalmente attrezzato nell’ambito della ermeneutica culturale della testualità, (forse) con qualche esperienza più specifica in quest’ambito e qualche responsabilità altrettanto “settoriale” per risponderle. Devo interpretare questa assenza come una (legittima, per carità) sfiducia nei confronti di quest’ultima tipologia di specialisti? Va da sé che ritengo di potermi annoverare tra costoro e che mi considero da tempo impegnato nella lodevole attività da lei tanto accuratamente promossa come necessaria. Lo faccio (per quanto posso) sia nelle aule universitarie in cui insegno, sia in altra sede, reale o virtuale. Dovesse interessarle conoscere questo mio impegno, può trovarne notizia ad esempio nel mio blog “Irish Literature and other literaria” (reperibile all’indirizzo http://wbyeats.wordpress.com/), al quale offrono contributi anche miei studenti (adeguatamente e personalmente formati) e collaboratori. Grazie per la sua attenzione.
Cordiali saluti e buon lavoro.
Prof. Enrico Reggiani
(Università Cattolica, Milano)

questa la cortese replica di Paolo Di Stefano (Corriere della Sera.it, lunedì, 26 novembre 2012; l’originale è reperibile qui)

Gentile Prof., la ringrazio. Sono tutt’altro che diffidente verso i letterati, consoderandomi anch’io tra quelli. Nella fattispecie, avrei potuto interpellare tante altre persone di settori anche diversi, che vanno da quello educativo a quello neuroscientifico.

Un Guardiano Milanese by Pinter & Loris

Matteo Fraccaro (studente del corso di Storia del Teatro e della Drammaturgia Inglese, tenuto dal Prof. Enrico ReggianiUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Milano, a.a. 2011-12)

“Il Guardiano” di Harold Pinter, regia di Lorenzo Loris, andato in scena al Teatro Out Off nel bel mezzo del gelido inverno milanese, è molto più di una semplice riproposizione di uno fra i più celebri testi del drammaturgo inglese, premio Nobel per la Letteratura 2005: è un’esperienza di riflessione profonda.

   Tutto ha inizio quando un uomo dall’aspetto distaccato e con la fissa per ‘aggiustare le cose’, Aston, porta nel suo appartamento il barbone Davies e gli permette di stabilirvisi per un po’. La situazione si ribalta però col sopraggiunge del vero padrone della casa, Mick, fratello minore di Aston, dallo spiccato spirito imprenditoriale. I due fratelli proporranno a Davies di lavorare come guardiano della proprietà ma, in seguito a continui rinvii, incomprensioni e rivelazioni sconcertanti, la situazione precipita verso l’inevitabile rottura degli equilibri instauratisi fra i tre. 

   Molti fattori fanno sì che lo spettatore si ritrovi inevitabilmente coinvolto nello narrazione, come il susseguirsi di climax e anticlimax, il linguaggio semplice, diretto e del tutto privo di retorica, o l’ambientazione claustrofobica dell’appartamento, unica scena che fa da sfondo alla vicenda. Eppure le tessere del puzzle sembrano sempre non combaciare come ci si aspetterebbe, anzi, vengono mescolate e rimescolate in continuazione. Attimi di comicità grottesca, acida, quasi brutale, si susseguono a momenti in cui il dramma si fa intenso, vibrante, in un’altalenante aritmia emotiva che può arrivare a spiazzare anche l’astante più consumato.

   Il tempo diegetico, con l’evolversi della storia, si dilata sempre più, parallelamente alla monotona sensazione di attesa e di vuoto, di rinvio degli impegni e dei sogni: l’approdo finale è l’incomunicabilità più assoluta, dove ogni individuo si richiuderà nella propria crisalide fatta di egoismo, piccole manie, stereotipie cristallizzate e desideri irrealizzabili. Senza ombra di dubbio la più evidente manifestazione di questa autentica ‘gabbia’ stretta attorno ai protagonisti è lo scenario ove ha luogo l’intera rappresentazione: … [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui.  © Riproduzione riservata]

“A Singer Born”. Joyce, Yeats e la musica

Enrico Reggiani, “‘A Singer Born’. Tracce musico-letterarie in Joyce and Yeats: una ricognizione comparativa”, La Torre di Babele. Rivista di Letteratura e Linguistica (Università di Parma), n. 7 (2011), pp. 91-110

Le tracce, minuscole o monumentali, della cultura musico-letteraria d’Irlanda sono sempre state e sono tuttora straordinariamente numerose e diversificate – si tratti, ad esempio, di quelle elaborate nello scrigno prezioso delle sue tradizioni mitologiche o di quelle concepite nel tempestoso e appassionato flusso dei suoi eventi storici. Per essere adeguatamente compreso, questo corpus plurimediale, accumulato lungo i secoli e composto tanto da testi completi, quanto da riferimenti sparsi, dovrebbe essere accostato ed interpretato nella sua totalità plurimediale – ovvero senza separare la combinazione di elementi che la costituisce: da un lato, letteratura e musica; dall’altro, altri ambiti culturali tra loro differenziati (quali, ad esempio, estetica e antropologia, religione e politica, storia ed economia, psicologia ed etica) che contribuiscono sia all’identità plurimediale di quel corpus, sia alla sua (efficace) interazione plurimediale con i suoi destinatari (potenziali e reali).

Questa prospettiva interpretativa vale certamente per i seguenti campioni di esperienza musicoletteraria irlandese, organizzati in ordine cronologico intorno ad alcuni dei suoi più indimenticabili protagonisti.

Vale, in primo luogo, per gli antichi bardi irlandesi, i quali “belonged to an ancient Celtic order of minstrel-poets”, “were poets, not musicians—a fact which has not unfrequently been overlooked by writers on this subject”, e, secondo Seathrún Céitinn (un sacerdote cattolicoromano irlandese il cui nome gaelico fu anglicizzato come Geoffrey Keating, ca. 1569-1644), vivevano in un’”Irlanda arcaica”dove “their laws, their system of physic and other sciences, were poetical compositions, and set to music, which was always esteemed the most polite part of learning among them”.

Vale, in secondo luogo, per i menestrelli medievali – vere e proprie stelle della vita di corte le cui specifiche funzioni sono spesso tuttora da determinare con precisione – dotati del talento di fondere differenti testualità (verbali e musicali, autonome ma, al tempo stesso, complementari) ed eredi di quei menestrelli pre-cristiani i cui incontri con San Patrizio furono narrati da Standish Hayes O’Grady (1832-1915) nella sua Silva Gadelica.

Vale, in terzo luogo, per Thomas Moore (1779-1852), che, dopo la pubblicazione del primo volume delle sue celebrate Irish Melodies (1808), concepì anche il progetto di una “collection of political songs to Irish airs”, esplicitando un’intenzione già evidente nella sua prima e precedente fatica musico-letteraria per chi sappia individuarla al di là delle (superficialmente) conclamate apparenze delicate e sentimentalistiche.

Vale, infine, per Thomas Davis (1814-1845), la cui Preface al volume antologico The Spirit of the Nation (1845) ne esplicita programmaticamente l’intenzione di rappresentare con “a book of ballads and songs” (cioè con testi musico-letterari nella forma di “ballads and songs”) l’idea che “music is the first faculty of the Irish” – idea, questa, che non deve essere ridotta a banale celebrazione dell’arcinota musicalità irlandese o a semplice strumentalizzazione di una concezione estetica in chiave iper-nazionalistica. Al contrario, [il resto di questo ampio saggio è reperibile cliccando qui].  © Riproduzione riservata. In caso di citazione in altro testo (anche non a carattere scientifico), è obbligatoria la segnalazione della fonte bibliografica sopra indicata.

2011 in review

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The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 24,000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 9 sold-out performances for that many people to see it.

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E’ fallita la Big Society?

Radio Vaticana, intervista a Enrico Reggiani a cura di Emanuela Campanile, 10 agosto 2011

La Big Society (Grande Società) si basa sul principio di costruire una grande società che eserciti il suo potere sottraendolo ai politici e ridandolo alle persone. Manca un tassello però: quello della responsabilità personale.
Sui violenti scontri in Inghilterra l’ombra del fallimento di un sistema sociale inadeguato.

 

Per ascoltare l’intervista clicca qui.

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