Qualcosa di nuovo anzi d’antico. Ralph Vaughan Williams e le radici della cultura musicale inglese

Enrico Reggiani, L’Osservatore Romano, a. 152, n. 83, domenica 8 aprile 2012, p. 4

   In Inghilterra, nei primi due decenni del ventesimo secolo, non fu solo T. S. Eliot a esplorare da par suo l’esperienza culturale della transizione tra Cinquecento e Seicento, rinvenendone il cuore pulsante in John Donne e nei cosiddetti Metaphysical Poets. In quello stesso periodo, tra gli altri, ne veniva scoprendo i tesori anche il compositore Ralph Vaughan Williams, al quale gli studiosi hanno unanimemente attribuito il ruolo di «grande vecchio della musica inglese», nonché di «voce autentica dell’Inghilterra». Infatti, negli stessi anni in cui la sua esperienza culturale e compositiva si volgeva verso il folk-song autoctono distanziandosi sempre più dai modelli compositivi germanocentrici del secondo ottocento sinfonico, Vaughan Williams batteva anche strade analoghe a quelle di Eliot, andando persino più in là del suo illustre contemporaneo: fino alla radici cinquecentesche della transizione culturale elisabettiana e fino ai capolavori di un altro grande vecchio della musica d’Albione, quel Thomas Tallis che aveva servito le differenti esigenze musicali di diversi sovrani, rimanendo però un unreformed Roman Catholic nel secolo dello scisma inglese (come farà anche l’altra stella del firmamento musicale coevo, William Byrd).  

   Nei primi vent’anni del Novecento, l’interesse per il creatore del monumentale Spem in alium (un mottetto a 40 parti, databile intorno al 1570) non fu coltivato soltanto da Vaughan Williams. Come ha indicato la studiosa australiana Suzanne Cole, «gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo videro imporsi una immagine di Tallis caratterizzata in modo fortemente rinnovato». Anzi, rinnovato a tal punto da indurre l’insigne musicologo William Henry Hadow a scrivere nel 1931: «di norma la musica di Tallis presenta un basso grado di complessità e di involuzione; è forte, semplice, mostra grande dignità e si preoccupa più della solidità strutturale che della piacevolezza decorativa; (…) il progetto che contraddistingue le sue architetture è “normanno” — si potrebbe dire, persino, “romanico” — e non gotico». Di conseguenza, vista questa sua vitalità musicale e culturale, non sorprende che anche la letteratura se ne faccia interprete — come dimostra la menzione di Tallis in componimenti poetici di scrittori tanto diversi quali, ad esempio, Thomas Hardy, eccelso cantore di un Wessex “realisticamente onirico”, e Oliver Wendell Holmes senior, poliedrico intellettuale americano. 

   Nei suoi scritti, Vaughan Williams aderisce a questa nuova lettura musical-culturale di Tallis: ne loda la forza, emblematica della potenza espressiva di una nazione che non può certo essere definita unmusical; ne evidenzia il contributo alla «grande personalità » dei compositori del cosiddetto Tudor group , nelle cui fila compaiono ad esempio Byrd, Wilbye, Weelkes; ne sottolinea un «fervore intellettuale di cui noi non siamo capaci», indicandolo forse come antidoto alla sciatteria dell’«immondizia che siamo soliti udire in chiesa»; infine, ne celebra il ruolo di scaturigine della grande tradizione corale che giunge fino al suo maestro al Royal College of Music, quel sir Hubert Parry che era solito dire ai suoi allievi «scrivete musica corale come si addice a un inglese e a un democratico».

   La sua più significativa rilettura del contributo di Thomas Tallis allo sviluppo della cultura musicale britannica, tuttavia, Vaughan Williams la offrì nella composizione che forse meglio lo rappresenta tuttora presso il grande pubblico: la Fantasia su un tema da Thomas Tallis per doppia orchestra d’archi e quartetto d’archi (composta in una prima versione nel 1910 e poi rivista nel 1913 e nel 1919). Fantasia , non Fantasy,… [il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata].

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