Enrico Reggiani, “Un nome per l’Europa”, Comunità Universitaria, 7, ottobre 2003, p. 3
N.B. Recupero dall’”archivio” un mio breve articolo di un decennio fa e lo propongo come contributo all’interessante riflessione proposta da Eva Cantarella sul Corriere della Sera di ieri (19 maggio 2012, p. 6): la potete leggere qui. Quanto segue è, invece, farina del mio modesto sacco…
Il 16 novembre dello scorso anno [2002], sulla prima pagina del Corriere della Sera – secondo
un’impaginazione che lo teneva timidamente defilato verso il margine e con un carattere tipografico non esuberante, come capita a molte altre riflessioni propriamente “culturali” sull’Europa - faceva capolino il titolo evocativo (“I confini diversi d’Europa”) di un contributo di Tommaso Padoa-Schioppa, dal quale riporto un passo cruciale per il breve ragionamento che vorrei proporvi: “Nella lunga strada della sua pacifica unificazione Europa è entrata vestendo l’abito dimesso di un aggettivo declinato al femminile: europea. La dignità del sostantivo era
riservata ad altre parole, come comunità, carbone, acciaio, difesa, unione. Ora il presidente della Convenzione europea, Valéry Giscard d’Estaing, propone di dare a Europa l’abito stupendo del sostantivo […]. Riflettere sulle parole qui brevemente evocate, sul loro susseguirsi nel tempo, sul passaggio da un aggettivo all’altro, da un aggettivo a un sostantivo, non è un gioco di parole; è un veicolo per viaggiare nella storia dell’unificazione europea e per entrare nel cuore stesso dei dilemmi di oggi”.
Anche senza ricorrere al latinorum del proverbiale “nomen omen” (che vale “nel nome il destino”) o del giustinianeo
in versione dantesca “nomina sunt consequentia rerum” (cioè “prima si danno le cose, poi i
loro nomi”), si comprende facilmente come la questione del sostantivo con cui designare l’Europa – che equivale, lo avrete certamente intuito, a quelle della sua substantia (ciò che “sta sotto” e che permane al di là delle mutevoli apparenze), della sua identità, e delle sue radici – sia cosa di non poco conto: anzi, è a tutti evidente che si tratta di un tema di grande rilievo anche perché non è nuovo, non è solo del nostro tempo smemorato, che talvolta vanta smanie di originalità non giustificate e talaltra non elabora la sua consapevolezza del passato.
Di tale questione offrono abbondante testimonianza anche la lingua, la letteratura e, più in generale, la cultura d’Inghilterra che, per designare il Vecchio Continente, dispone di almeno due risorse linguistiche autonome e storicamente differenziate, Europa e Europe (per tacer di una terza, Europ, una sorta di grado zero che vi risparmio e che pare – ma non sempre lo è – scherzo di copista o di tipografo…). In breve:… [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui; qui, invece, potete leggerlo nella sua effettiva sede giornalistica del 2003]. © Riproduzione riservata
Grazie a Rina Brundu che lo ha riproposto nel suo blog Rosebud – Giornalismo online, idealmente sospeso tra Sardegna e Irlanda.
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