Il poeta vittoriano Gerard Manley Hopkins e il Natale

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)

“La perfezione viene dal cambiamento. Il poeta vittoriano Gerard Manley Hopkins e il Natale”, L’Osservatore Romano, martedì-mercoledì 27-28 dicembre 2011, p. 4

   Venticinque dicembre 1865. È Natale tra i chiostri austeri ed impregnati di cultura di Balliol College – una delle anime accademiche più antiche e prestigiose della turrita Università di Oxford –  in cui hanno studiato o studieranno, tra gli altri, Matthew Arnold, Robert Browning, Algernon Swinburne, Hilaire Belloc, Aldous Huxley e Graham Greene. È un giorno che gli almanacchi meteorologici di quel periodo – come l’autorevole Whistlecraft’s Almanac – registreranno come “sereno, mite e tranquillo”.  

   In quei momenti, tra Natale e santo Stefano, Gerard Manley Hopkins – allora High Anglican e poco più che ventenne (1844-1889) – scruta il cielo del suo passato e interroga l’orizzonte del suo futuro, al limitare del quale sembra profilarsi l’effetto di ciò che John Henry Newman ebbe a scrivere in un passo famoso del suo Saggio sullo Sviluppo della Dottrina Cristiana (1845): “in un mondo più alto le cose vanno altrimenti, ma qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni”. Di lì a qualche mese, infatti, Hopkins verrà ricevuto nella Chiesa Cattolica proprio da Newman (21 ottobre 1866), completerà i suoi studi universitari a Balliol “a pienissimi voti” e con la fama di essere la “stella di Balliol” (giugno 1867) e si avvierà sulla strada del noviziato dei gesuiti (7 settembre 1868), dopo aver bruciato le sue prime fatiche poetiche giovanili con un gesto che egli stesso definì il suo “massacro degli innocenti”.

   Tra le opere poetiche di quel Natale intenso e sofferto del 1865 – che sono, comunque e per nostra fortuna, sopravvissute nei suoi manoscritti – resta un breve testo di nove versi (Moonless darkness stands between) che racchiude una preziosa e personale visione del Mistero del Natale: preziosa, perché, a quasi 150 anni di distanza, conserva la cristallina capacità di coglierne il significato più profondo; personale, perché, tale significato è tanto più rilevante e convincente quanto più – come nel caso di Hopkins – si fa carne e sangue nell’esperienza della persona che lo coglie. Quella che segue è una traduzione inedita di quella poesia hopkinsiana – giovanile, certo, ma già emblematica dell’arte di colui che, in una competente recensione del 1919, il poeta e saggista cattolico Theodore Maynard (1890-1956) apostrofò con un intraducibile flagellant of song. Un epiteto davvero appropriato per quel “timido sacerdote della fase centrale dell’epoca vittoriana,… 

[il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. © Riproduzione riservata].

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