“Il segreto” di Sebastian Barry (Bompiani, 2010)

Complimenti a Bompiani! Per aver deciso di pubblicare la traduzione del romanzo The Secret Scripture (apparso in lingua originale nel 2008) di Sebastian Barry (1955-); per averla pubblicata interrompendo un’apparente distrazione nei confronti di questo (fondamentale e trascurato) scrittore irlandese che durava dal 2007, anno della presentazione di The long long way al pubblico italiano ad opera (meritoria) di Instar Libri; per averlo fatto nonostante (o, forse addirittura, non curandosi di) il parere dei giudici del Costa Book Award, i quali, pur attribuendo questo importante premio a Barry (che se lo era quasi aggiudicato nel 2008), non mancavano di criticarne il finale, adducendo motivazioni di fronte alle quali lo scrittore, sorridendo, ha giustamente rilevato: “Without that ending, which some have found melodramatic, there wouldn’t have been a novel. I aimed at it while writing the book. When Parris [uno dei giudici del premio] complained about the ending, I was reminded of Cavafy’s poem [Ithaca]. Cavafy said that if you are disappointed in Ithaca, you shouldn’t be – because it was Ithaca that gave you the journey” (interview with Stuart Jeffries, The Guardian, 29 January 2009).

Barry è uno scrittore che ha una concezione assai interessante della testualità letteraria e del suo rapporto con la totalità della realtà che essa rappresenta. “It’s like salmon fishing. It’s so hard to catch a book in the nets of time”, ha affermato nell’intervista di cui si è appena detto sopra. Dunque, i libri sono creature naturali, come i salmoni: si catturano nelle reti del tempo, mentre procedono a balzi, veloci e spesso a ritroso lungo il fluire degli eventi. E di tale fluire non sono responsabili e forse neppure consapevoli: non hanno la possibilità di modificarlo o di rifiutarlo. Al contrario, a loro è solo consentito di continuare a ripercorrerlo, consolidando quell’esperienza faticosa ma vitale che – appunto – spesso riesce a concludersi con la generazione di una nuova vita. [continua...]

[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile: © Riproduzione riservata]

Mary McAleese e le forze del cuore d’Irlanda

Il 22 agosto, nella cornice del Meeting di Rimini 2010, Mary McAleese, Presidente in carica della Repubblica d’Irlanda, ha pronunciato un intenso e applaudito discorso dal titolo The forces which change history are those which change the hearts of men: si tratta di un esempio assai efficace di speech politico-istituzionale, che, se letto con le categorie ermeneutiche della scienza letteraria, rivela una significativa organicità e intenzioni comunicative di portata non trascurabile. Proviamo ad esaminarne alcuni tratti essenziali.

Innanzitutto, il piano del mittente del testo: ciò che si potrebbe definire il rapporto tra scrittore (altrimenti detto autore reale e simili) e autore (alias, secondo i diversi approcci teorici, autore interno, autore implicito, et al.) – ovvero tra colui/colei che, (per così dire) “biologicamente” e (scrivendolo) materialmente, sta all’origine del testo con la totalità della sua esperienza umana, e colui/colei che gli dà il proprio nome, lo espone come frutto testuale della sua libertà e se ne assume la responsabilità davanti agli ascoltatori/lettori. E, in questo caso, quale che sia il suo “facitore” materiale (Lei in persona; il ghost-writer della Presidente, individuale o comunitario; un ibrido di vario tipo tra entrambi, con o senza altre tipologie di potenziali contributors; ecc.), la scelta di McAleese di pronunciarlo (cioè di farlo proprio autorialmente) impone come conseguenza la necessità di interpretarne i contenuti alla luce dell’identità personale, sociale, culturale, istituzionale della Presidente, globalmente intesa e complessivamente considerata.

Quanto ai destinatari del “testo presidenziale”, poi, come non tenerne in considerazione la pluralità e non intuirne le significative implicazioni? Giacché l’Autrice presidenziale – se pronuncia il suo testo orale a partire da una precisa base scritta davanti a una platea italiana con una specifica identità e ben precise motivazioni religiose e antropologiche – in realtà sta anche interloquendo (letteralmente) a distanza con la totalità dell’uditorio del Paese da cui proviene, inteso sia come realtà antropologicamente unitaria (Éire-Ireland) che la sua esperienza umana rappresenta, sia come sintesi dialettica che il suo ruolo politico si adopera a comporre – Lei, cioè, che, nata nella Belfast cattolica (cioè nella provincia storicamente irlandese dell’Ulster) all’interno dell’area politico-amministrativa della Northern Ireland (una delle quattro aree del Regno Unito), è però a capo della Repubblica di Irlanda ed insediata a Dublino.

[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile: ogni sua riproduzione anche parziale in sedi diverse dalla presente va espressamente autorizzata dall'autore]

Tra i simboli di Saint Patrick

Sono numerosi i simboli che circondano la straordinaria figura di Saint Patrick e che ne hanno sempre rappresentato la vita e la predicazione, acquistando particolare rilevanza soprattutto nella ricorrenza del 17 marzo, in occasione della festa del Santo Patrono d’Irlanda. Due di quei simboli, però, meritano questa breve noticina (didattica, ma non solo) e qualche attenzione in più dal punto di vista culturale, perché, in certo qual senso, essi potrebbero offrire qualche utile elemento per comprendere  la totalità dell’esperienza dell’Isola Verde, proprio a partire dalle sue più lontane radici. Ecco qualche osservazione in merito in estrema sintesi e con l’inevitabile approssimazione che contraddistingue le annotazioni di questo diario di bordo.

1) il primo simbolo è la croce celtica (Celtic cross) - per un verso, tristemente famosa per le tragiche nefandezze della follia sanguinaria che se ne appropriò durante i periodi più bui del ventesimo secolo e che, talora, si rimanifesta in improbabili epigoni caricaturali riprovando a strumentalizzarla. Per altro verso, però, è proprio nella croce celtica che la cultura popolare irlandese di matrice cattolica intravede una prima “intuizione culturale” che ispirò l’azione della Voice of the Irish. Questa – breviteruna versione della leggenda: mentre fa visita a una serie di persone che di lì a poco si convertiranno al Cristianesimo, a Patrizio viene mostrata una roccia che reca un cerchio sacro secondo la tradizione pagana dell’isola (immagine materiale del potere della luna o del sole); il Santo fa il segno della croce attraverso il cerchio, dando vita alla prima Celtic Cross. Molti i possibili significati culturali di questo gesto. Eccone alcuni: secondo l’insegnamento del Santo, nulla va perduto e, dunque, anche gli antichi simboli druidici vengono assunti nella “nuova vita” che con la sua predicazione si avvia; non di colonizzazione si tratta, ma di una nuova fase dell’esperienza d’Irlanda, segnata dall’apparire sul terreno dell’isola di nuovi segni della presenza del Divino, concepiti dall’intelligenza dell’uomo e dall’opera delle sue mani; infine - ed è forse il suggerimento ermeneutico più ardito e complesso - nella sua direzionalità centrifuga rispetto alla Terra, la Celtic cross cristiana, inoltre, inserisce nella cornice del suo modello concettuale tipicamente lineare il più remoto contributo antropologico della circolarità pagana (visibile ad esempio Newgrange in Irlanda e Stonehenge in Inghilterra).

2) il secondo simbolo è lo shamrock (comunemente tradotto in italiano come “trifoglio”). Talmente irlandese da far sì che l’Irlanda sia denominata anche The Shamrock Isle. Talmente condiviso da divenire emblema dell’aspirazione nazionale e nazionalistica all’unità geografica, sociale, politica della Shamrock Isle. Talmente antico – si dice - da essere impiegato dai Druidi per cacciare gli spiriti maligni. Anche San Patrizio, secondo la leggenda, caccerà i serpenti (simboli del male) dall’Irlanda e, per spiegare il Mistero della Trinità agli isolani, ricorrerà proprio alle tre foglioline dello shamrock, fedele una volta ancora al modello culturale sopra suggerito come ispiratore della Celtic cross. Rispetto a quest’ultima, lo shamrock è, però, simbolo naturale, prodotto dalla terra e in quest’ultima saldamente innestato; è simbolo unitario e triadico rispetto all’intuizione binaria di quella; è infine – per riprendere l’ultima e temeraria suggestione ermeneutica sulla Celtic cross di cui si diceva – espressione di una “direzionalità centripeta” verso la Terra in quanto vi radica il Mistero Trinitario, centrale nella fede e nella vita cristiana: quest’ultimo – sembra dire la leggenda - non perso tra le galassie e gli astri, ma concretamente seminato sulla strada dell’esperienza quotidiana.

Non casualmente intorno alla figura di Saint Patrick coesistono entrambi i simboli di cui qui si è brevemente detto, nulla escludendo, ma – al contrario - alla ricerca della più ampia rappresentazione possibile della totalità dell’esperienza umana nella sua ricchissima declinazione irlandese.

La freccia scintillante che colpì Chesterton. John Henry Newman poeta

“La freccia scintillante che colpì Chesterton. John Henry Newman poeta”, L’Osservatore Romano,  lunedì-martedì 20-21 settembre 2010, p. 4

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore)

Tra i contemporanei di John Henry Newman, il poliedrico intellettuale londinese Walter Pater (1839-1894) elogiò la musicalità della sua scrittura accostandola a quella di Cicerone e la perfezione della sua elaborazione teorica ed espositiva. Sul versante novecentesco, invece, come testimonia lo scrittore svizzero Jacques Mercanton (1910-1996), il dublinese James Joyce (1882-1941) lo celebrò come “il più grande degli scrittori di prosa” e lo rievocò in un episodio dell’Ulisse (1922), attribuendogli il ruolo di “fulcro che sostiene tutto il resto”.
Il successo della ricezione in Italia della sua prosa in traduzione – già, in traduzione, e questa non sempre accurata – conferma gli apprezzamenti dei prestigiosi esponenti della cultura europea di cui s’è appena detto. Infatti, come ricorda don Primo Mazzolari (1890-1959), le versioni italiane delle opere più significative della sua ciclopica produzione in prosa (siano esse riferibili alla sua attività omiletica, alla sua riflessione teologica, e così via) ebbero particolare diffusione e “notorietà polemica, ai primi del nostro [ventesimo] secolo, per colpa o merito del modernismo”.
Fu, tuttavia, soprattutto la sua prosa narrativa che, fin dagli anni immediatamente successivi alla pubblicazione in lingua originale, trovò facile accesso e grande favore presso il pubblico dei lettori italiani:  il suo primo romanzo (Loss and Gain. The Story of a Convert, 1848) venne proposto già nel 1848 dall’editore milanese Natale Battezzati con il titolo Perdita e Guadagno ovvero storia di un convertito, nella traduzione di un non identificato A. S.; il secondo (Callista. A Sketch of the Third Century, 1855) attese probabilmente solo un anno dopo l’apparizione in lingua originale prima di manifestarsi nella traduzione italiana di Callista:  scene del terzo secolo, ancora sulla scena editoriale milanese per i tipi di Carlo Turati Tipografo-Editore (1856) e a cura del bolognese Marco Aurelio Zani de’ Ferranti (1800-1878).
Non si può certo dire che analoga sorte critica sia toccata alla produzione poetica di colui che Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) definì “freccia scintillante”…

[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile oppure a questo link]

Perché tutti si contendono “L’arte della menzogna politica”?

Jonathan SWIFT/”Perché tutti si contendono ‘L’arte della menzogna politica’?”

Enrico Reggiani, ilsussidiario.net. Il Quotidiano approfondito, lunedì 27 settembre 2010

Che libro è L’Arte della Menzogna Politica di Jonathan Swift (1667-1745)? Non è semplice rispondere a questo interrogativo, in apparenza innocente e sincero, per chi si addentri nell’intricato panorama libresco nostrano. Vi scoprirà ben quattro differenti “prodotti editoriali” con questo titolo proposti nell’ultimo ventennio (La Spiga, 1983; Ibis, 1995 e 2004; Aragno 2010; RCS, 2010) e, forse, ne riporterà una sensazione contraddittoria, constatandone la differente identità testuale (ogni editore offre una ricetta con ingredienti diversi), al di là dell’apparente somiglianza paratestuale (che riguarda solo il titolo, mentre la confezione varia costantemente). Da cui la domanda birichina: che si tratti di un libretto bugiardo? Di un libretto che si mostra, da un lato, cedevole nei confronti della schermaglia partitica dei nostri giorni e, dall’altro, dimentico dei suoi doveri nei confronti del suo “legittimo fattore”, il celebrato Decano di San Patrizio?

 Tutto ciò – spiace dirlo – con la complicità di prefatori e recensori compiacenti ed interessati. Tra i primi, Giuliano Ferrara (prefatore dell’edizione RCS, 2010) – che inanella due definizioni improbabili dal punto di vista letterario e culturale per l’ideatore dei mitici Viaggi di Gulliver (“Decano figlio di Iago” e “Re delle Interpretazioni”) – ed Evaldo Violo (curatore dell’edizione Aragno, 2010), che pare troppo solerte nell’evidenziare che le parole di Swift “sembrano scritte oggi tanto riescono a descrivere perfettamente personaggi che operano sulla scena politica dei nostri giorni” e meno nel tratteggiare i rudimenti minimi dell’enciclopedia culturale swiftiana.

Tra i secondi, ancor più sbrigativi e approssimativi, l’anonimo “segnalatore” de Il Messaggero – che non riesce ad esimersi dall’immancabile riferimento al comico di turno (già evocato da Ferrara) – e, last but not least, Curzio Maltese, che, nello specchio delle sue – consuete e legittime, s’intende – “brame antigovernative”, travisa però lo scrittore de L’Arte della Menzogna Politica, attribuendogli una non meglio precisata intenzione di “trattarla come un’arte” nello script di una trasmissione di Rai Educational (1998: casualità?) sul “mondo nel linguaggio della politica”… [il resto dell'articolo è reperibile cliccando qui. Buona lettura]

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 46 other followers