Tra la soffice Soffici e il coriaceo Naipaul ci ha rimesso la Letteratura

Ora, a bocce ferme, ce lo possiamo dire: nella recente tenzone mantovana tra il Nobel Naipaul e la giornalista Caterina Soffici è senza dubbio la Letteratura (notare la L maiuscola, please) a rimetterci. Non sto a riassumere i fatti, che sono stati variamente riproposti dai quotidiani, ciascuno dei quali ne ha offerto cronaca ispirata dalla propria (quasi sempre) legittima opzione ideologico-culturale: i più volenterosi tra i quattro lettori di questo blog potranno trovarne traccia audiovideo in questa pagina del Corriere della Sera (giacché youtube sembra invece non essersene accorto; o mi sbaglio? strano, vero?).

Ragioniamo: che Naipaul sia abituato ad esprimersi liberamente è cosa nota (e forse positiva); che non tema posizioni politicamente scorrette è altrettanto risaputo (e ciò spesso innesca vivaci e sapide discussioni); che, per i più maliziosi, ciò dipenda da una sua straordinaria sagacia sul piano del marketing editoriale, è ipotesi da non scartare aprioristicamente (o ipocritamente). E, tuttavia, che la Soffici gli abbia offerto su un piatto d’argento una comoda opportunità o un altrettanto confortevole pretesto per tale reazione, è fatto altrettanto evidente. 

La vera questione potrebbe, invece, essere la seguente:  le sue domande erano frutto di altrettanto sagace strategia o, più probabilmente, derivavano da una soffice predisposizione al conformismo giornalistico – un posa giornalistica che alla fine danneggia proprio l’oggetto del dibattito con lo scrittore, quel testo letterario (e quella persona di cui esso offre – ricoeurianamente – “paradigma della condizione carnale e finita”) che resta inesorabilmente al di fuori del contendere, schiacciato da banali ed irrilevanti riferimenti dell’interrogante alla fuggevole pseudocultura letteraria che si alimenta di polemiche extraletterarie, parapolitiche, spesso viziate da precomprensioni ideologico-partitico-editoriali di matrice nostrana? 

Il tutto condito da  opinioni di illustri commentatori che proclamano, ad esempio, davanti a un pubblico di lettori osannante ma ignaro: “Mantova docet: sì, il dibattito sì” (Stefano Salis, Il Sole 24 Ore/Domenicale, 12.9.2010, p. 29). Ma, si potrebbe replicare riecheggiando il folgorante pensiero poetico del Divo Pupone, “de che dibatti,/ se armeno ar testo nun t’aggrappi”?

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One Response

  1. Io ero lì presente, e quell’evento è stato una vera delusione per tutti: per il pubblico, per la Soffici e credo anche per Naipaul, anche se sembra strano: in fondo, lasciando perdere operazioni di marketing che pure non sono da escludere, perché uno scrittore dovrebbe voler deludere fino a questo punto il pubblico che lo legge e che è venuto a sentirlo parlare, o magari a dialogare con lui?
    Forse sono troppo ottimista?
    Mi sembra purtroppo errato parlare di “dibattito”: il dibattito c’è stato dopo, fin troppo ma non durante l’incontro. Anche il riferimento al testo letterario c’è stato, eccome, ed è stato proprio quello a provocare le prime incomprensioni.
    Sarebbe stato meglio se la presentazione iniziale da parte della Soffici fosse stata meno polemica, ma non credo si possa parlare di precomprensioni ed irrilevanti riferimenti, perché la storia di un testo letterario (e del suo autore) comprende anche la ricezione da parte sia del pubblico che della critica, positiva o negativa che sia.

    Detto questo, per fortuna quello di Naipaul è stato un episodio isolato: durante il Festivaletteratura di Mantova ci sono stati moltissimi incontri con autori di svariati generi e nazionalità. Si è parlato dei libri, senza precomprensioni ed incomprensioni, semplicemente ascoltando i loro stessi autori spiegarne (o meglio raccontarne) l’origine e le idee da cui sono nati.
    Credo sia importante sottolineare questo aspetto di più di 200 eventi del festival, che compensa ampiamente la polemica di uno solo. Non può fare che bene alla Letteratura.

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