Né idolo né demonio. J. H. Newman e la ferrovia

“Né idolo, né demonio. John Henry Newman e l’avvento della ferrovia”, L’Osservatore Romano, mercoledì 15 settembre 2010, p. 5

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore)

Chi ragiona del ruolo storico e culturale della ferrovia nel xix secolo tende spesso a non accontentarsi di definirlo con i neutrali railway age o railway experience, ma a prediligere espressioni più radicali quali railway invasion (“invasione ferroviaria”) e railway revolution (“rivoluzione ferroviaria”) – entrambe giustificate, ad esempio, da constatazioni come quella dello storico Harold Perkin (1926-2004), il quale scrisse che “gli uomini che costruirono le ferrovie non stavano soltanto creando un mezzo di trasporto, (ma, al contrario) stavano contribuendo alla creazione di una nuova società e di un nuovo mondo”.

A tali definizioni, tra gli studiosi della cultura letteraria di lingua inglese (e non) nella fase della transizione tra i secoli xix e xx, c’è chi ha risposto rincarando la dose e suggerendo di interpretare la ferrovia come “metafora culturale” per eccellenza di quel periodo – una sorta di cartina di tornasole culturale o di inappellabile spartiacque tra cultori del passato e portatori di progresso, come dimostra, ad esempio, la posizione espressa dal personaggio di Sue Bridehead nel romanzo Giuda l’Oscuro (1895) di Thomas Hardy (1840-1928):  “”E se andassimo a sederci nella Cattedrale?”, (Jude) le chiese quando ebbero finito di cenare. “Nella Cattedrale? Sì. Anche se per quanto mi riguarda preferirei andare a sedermi alla stazione”, (Sue) rispose, con un residuo di rabbia nella voce. “È là il centro della vita cittadina, ora. La Cattedrale ha fatto il suo tempo!”. “Come sei moderna, tu!”. “Anche tu lo saresti se fossi vissuto tanto a lungo nel medioevo, come me in questi ultimi anni! La cattedrale era un ottimo posto quattro o cinque secoli fa; non più ora… ma non sono moderna. Se solo mi conoscessi, diresti che sono più antica del medioevo”. Jude la guardò smarrito”.

Anche tra le fila dei cristiani di lingua inglese tra Regno Unito e Irlanda vi furono intellettuali che coltivarono un’analoga mistica della nuova tecnologia ferroviaria, che elevava quest’ultima al rango di “un nuovo tipo di religione o di Chiesa”. […]

[il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. Buona lettura. L’ampio saggio da cui questo articolo è tratto è stato pubblicato in questo volume]

John Banville, Congetture su April (Guanda, 2010)

Scrivendo sulle pagine del domenicale de Il Sole 24 Ore (4 aprile 2010, p. 10), la giallista Laura Lippman gli ha rinfacciato di piegarsi all’insinuazione “che il [nostro] è un mestiere di cui vergognarsi, meglio non sbandierarlo troppo in giro”. E ha insistito: “il fatto che autori come John Banville, vincitori del Man Booker Prize adottino pseudonimi per le loro incursioni nei bassifondi della narrativa di genere, di certo non aiuta. C’è un termine per i figli che non vengono riconosciuti dal padre, e non è certo un complimento”.

Se Lippman intende suggerire (eufemisticamente e con quel filo di raffinata ipocrisia culturale che consiglia sempre a taluni di non assumersi la responsabilità di ciò che dicono e pensano) che Benjamin Black è il figlio bastardo di John Banville, potremmo assentire cedendo, solo per un momento, alla logica del “chi si contenta gode” (condivisa, pare, dal catenaccio con cui la redazione del Domenicale rinforza il messaggio dell’articolo: “Peccato che Banville si trinceri dietro il nome di Benjamin Black”). 

In realtà si potrebbe in realtà suggerire a Lippman – nello spirito del più collaborativo contributo letterario e culturale – di domandarsi sia perché Banville abbia fatto la scelta di scrivere sotto pen name, sia perché lo scrittore irlandese abbia scelto proprio questo pen name – e sia, infine, quale possa essere la ragione per cui l’edizione italiana di Elegy for April, pubblicata da Guanda nell’anno in corso, abbia deciso di estrometterlo del tutto dalle sue scelte traduttive, editoriali e tipografiche… 

Già, perché, se uno scrittore (Banville, che proprio di tali questioni si è occupato anche in un recente e importante intervento proposto – se non ricordo male – anche alla Milanesiana 2009) decide di affidare/appaltare un proprio testo (a costo di essere monotono – ricoeurianamente – “paradigma della [sua] condizione carnale e finita”) a un (altro) autore (Black) interrompendo l’omogeneità apparentemente inevitabile o culturalmente definita tra scrittore e autore, ci sarà pure una ragione – sul piano della concezione dell’essere umano, della sua esperienza/conoscenza della realtà, della rappresentazione di quest’ultima nella letteratura, e chi più ne ha più ne metta. 

Domani, al primo Irish Forum della nuova stagione presso FNAC, proveremo – come al solito – a ragionare di questi e di altri aspetti di Congetture su April, nel tentativo di andare tutti insieme al di là di una fruizione letteraria che limiti il proprio obiettivo a trascorrere “due giornate estive di sano riposo” – quelle dichiarate, ad esempio, da Francesco Giavazzi (Il Sole 24 Ore/Domenica, 19 luglio 2009, p. 27) come a lui necessarie per leggere “Dove è sempre notte di John Banville” (in realtà è un altro romanzo di Benjamin Black!), con commerciale invito a imitarlo, suggellato da un emblematico “c’è da divertirsi” (da intendere in senso assai lato e, comunque, da interpretare cum grano salis – molto! – letterario). Forse, come ha scritto Claudio Magris sul Corriere del 1 aprile 2007, p. 29, talvolta sarebbe “meglio non leggere, piuttosto che leggere male”… A domani, spero.

Tra la soffice Soffici e il coriaceo Naipaul ci ha rimesso la Letteratura

Ora, a bocce ferme, ce lo possiamo dire: nella recente tenzone mantovana tra il Nobel Naipaul e la giornalista Caterina Soffici è senza dubbio la Letteratura (notare la L maiuscola, please) a rimetterci. Non sto a riassumere i fatti, che sono stati variamente riproposti dai quotidiani, ciascuno dei quali ne ha offerto cronaca ispirata dalla propria (quasi sempre) legittima opzione ideologico-culturale: i più volenterosi tra i quattro lettori di questo blog potranno trovarne traccia audiovideo in questa pagina del Corriere della Sera (giacché youtube sembra invece non essersene accorto; o mi sbaglio? strano, vero?).

Ragioniamo: che Naipaul sia abituato ad esprimersi liberamente è cosa nota (e forse positiva); che non tema posizioni politicamente scorrette è altrettanto risaputo (e ciò spesso innesca vivaci e sapide discussioni); che, per i più maliziosi, ciò dipenda da una sua straordinaria sagacia sul piano del marketing editoriale, è ipotesi da non scartare aprioristicamente (o ipocritamente). E, tuttavia, che la Soffici gli abbia offerto su un piatto d’argento una comoda opportunità o un altrettanto confortevole pretesto per tale reazione, è fatto altrettanto evidente. 

La vera questione potrebbe, invece, essere la seguente:  le sue domande erano frutto di altrettanto sagace strategia o, più probabilmente, derivavano da una soffice predisposizione al conformismo giornalistico – un posa giornalistica che alla fine danneggia proprio l’oggetto del dibattito con lo scrittore, quel testo letterario (e quella persona di cui esso offre – ricoeurianamente – “paradigma della condizione carnale e finita”) che resta inesorabilmente al di fuori del contendere, schiacciato da banali ed irrilevanti riferimenti dell’interrogante alla fuggevole pseudocultura letteraria che si alimenta di polemiche extraletterarie, parapolitiche, spesso viziate da precomprensioni ideologico-partitico-editoriali di matrice nostrana? 

Il tutto condito da  opinioni di illustri commentatori che proclamano, ad esempio, davanti a un pubblico di lettori osannante ma ignaro: “Mantova docet: sì, il dibattito sì” (Stefano Salis, Il Sole 24 Ore/Domenicale, 12.9.2010, p. 29). Ma, si potrebbe replicare riecheggiando il folgorante pensiero poetico del Divo Pupone, “de che dibatti,/ se armeno ar testo nun t’aggrappi”?

Il gesuita che convertì Shakespeare

“Il gesuita che convertì Shakespeare”, L’Osservatore Romano, giovedì 26 agosto 2010, p. 5

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore)

La filiale italiana di quella che Gerald Roberts propose di chiamare nel 1987 la Hopkins Industry è un fenomeno culturale di grande tradizione e di ampie proporzioni. Taluni ne vedono le origini – non troppo accuratamente – nel 1937 a opera dell'”antigesuita Croce” (per richiamare una definizione tranchant di Alessandro Martini), trascurando coloro che, in Italia e in quegli stessi anni partecipavano al dibattito su Hopkins e, più in generale, sulla presenza dei cattolici inglesi nell’ambito dello scenario vittoriano. Costoro, con competenza, esprimevano qualche dissonanza rispetto agli assiomi crociani:  erano tutti esponenti (Olivero, De Luca, Castelli e Baldi) di una sorta di anglistica altra, assai variegata rispetto a quella più di frequente tramandata dagli annali, ma altrettanto meritevole di attenzione.

Quella stessa filiale italiana della Hopkins Industry pare anche avere risolto, in misura sempre più accentuata, la questione del ruolo letterario e culturale di Gerard Manley Hopkins (1844-1889) in senso modernista, cioè esasperandone i tratti potenzialmente riferibili ai successivi sviluppi teorici e creativi del Novecento, a discapito di una loro lettura più legittimamente calata nel coevo contesto vittoriano e altrettanto esaltante.

È utile però far emerge alcune dinamiche del pensiero critico del grande “gesuita-poeta” – per tornare alla nota definizione laudatoria di Benedetto Croce rispetto a quella denigratoria di “poeta-gesuita” – su qualche imprescindibile protagonista della cultura letteraria d’Inghilterra, anche perché proprio tale pensiero critico può utilmente lasciar intravedere  le   sue   posizioni   nel più  ampio  quadro  cultural-religioso e socio-politico-istituzionale del suo tempo.

Sintomatica, in primis, è la sua posizione su Charles Dickens (1812-1870), con il quale Hopkins simpatizzava, prevedendo recensioni ingenerosamente negative di Our Mutual Friend (1864-1865) e confessando che…

[il resto dell’articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. Buona lettura]

Imprevedibile Dickens affascinato dal vescovo milanese

“Imprevedibile Dickens affascinato dal vescovo milanese”, L’Osservatore Romano, giovedì 12 agosto 2010, p. 4

Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore)

   La controversa questione del rapporto – in senso ecclesiale ed ecclesiastico – tra Charles Dickens (1812-1870) e il Cattolicesimo avrebbe da tempo dovuto suggerire maggiore prudenza ai dickensiani – qui intesi come studiosi, più che come generici cultori dell’autore di alcuni dei più grandi classici della letteratura vittoriana d’oltremanica: ciò soprattutto a causa dello stato tuttora incerto e frammentario dell’indagine critica su questo aspetto del suo mondo letterario, circoscritta all’unica monografia (datata 1981!) di Dennis Walder (oggi docente presso la britannica Open University, prima teleuniversità del mondo per l’insegnamento a distanza) e a pochi altri specifici contributi.

   Eppure lo stesso Dickens non sarebbe forse contrario a tale maggiore prudenza, in quanto più efficacemente rispettosa del difficile e raffinato equilibrio che il narratore inglese seppe istituire tra la sua totale assenza di sympathy per la Romish Church e la stima per “alcuni apprezzati amici [che egli poteva annoverare] tra i seguaci del suo credo” (dalla Preface del romanzo Barnaby Rudge, 1841) – per non dire di quel famoso sogno del 1844 di cui scrisse l’amico e biografo John Forster (1812-1876; Life of Dickens, 1872-1874), in cui lo spirito di Mary, amatissima sorella della moglie  – morta prematuramente a 17 anni – gli disse con tenerezza che, per lui, la migliore religione era la Roman Catholic!  

   Tali precisazioni si rendono vieppiù necessarie prima di invitare i pazienti lettori di questi brevi note ad accostare l’opera di Dickens che si propone come la rappresentazione letteraria più ampia, approfondita e non di rado contraddittoria dell’Italia cattolico-romana del tempo: si tratta di Pictures from Italy, resoconto del suo soggiorno italiano del 1844-1845, pubblicato l’anno seguente. 

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“Cosa resterà di” un dibattito estivo…

Era il 1989 quando Raf cantava Cosa resterà di questi anni 80 – brano sapiente e commercialmente fortunato il cui testo, tra l’altro, li dipingeva come “Anni veri di pubblicità, ma che cosa resterà”… Non vorrei apparrire irrispettoso, ma sento riecheggiare quell’accattivante ritornello e quello specifico verso anche sullo sfondo dell’ennesimo dibattito letterario estivo sulla letteratura. Non che non l’abbia seguito con interesse (per quello che può valere il mio parere). Anzi! L’interesse è persino cresciuto di giorno in giorno grazie alla possibilità di inseguire le voci dei vari protagonisti saltellando da una versione online all’altra delle varie testate giornalistiche coinvolte (ecco un’ennesima ragione per ringraziare il Buon Dio che ci ha fatto vivere in quest’epoca internetizzata…). 

Tuttavia, in momenti diversi, proprio tra quelle illustri voci è risuonato almeno un paio di questioni a cui vorrei accennare brevemente in questa sede. Tranquilli, eventuali lettori: si tratta di rapidi e fugaci cenni per punti, semplici segnalazioni di dissonanze (grandi, però, concettuali, financo epistemologiche) che rischiano paradossalmente di indebolire quel rispetto per la letteratura (sia essa “alta” o “bassa”, “giovane” o “vecchia”, “antica o moderna”, “under 40″ o “over 80″…) che tutti gli attori di quel play critico sostengono comunque di condividere. Eccole assai breviter.    

1) Siamo sicuri che valga – anzi, che sia mai stata ragionevole la contrapposizione tra politica e letteratura che Polaris ha riproposto sul Domenicale de Il Sole 24 ore del 15 agosto u.s. e che il titolo del suo pezzo riassume così: “Se la politica dà il peggio, la letteratura fa sperare”. Quasi che, per definizione, la letteratura si opponga alla politica (da non confondere con i bisticci partitici del passato e d’oggidì)… Non è, invece, vero che la politica (come cultura ed idealità, esperienza, elaborazione ecc. di relazioni istituzionalmente strutturate tra esseri umani a vari livelli ed in cronotopi d’ogni tipo) ne rappresenta uno degli ingredienti fondamentali? Certo, un ingrediente contraddittorio e controverso, come è sempre stato; ma è un ingrediente antropologicamente necessario e imprescindibile che, con molti altri, contribuisce a produrre frutti letterari straordinari e sempre sorprendenti.  

2) Tentando un ambizioso “riassunto e bilancio” del suddetto dibattito, Gianandrea Piccioli, già direttore e amministratore delegato della Garzanti, ha scritto sul numero di La Stampa/Tuttolibri di sabato 4 settembre u.s.: “la mia percezione dei brandeburghesi ascoltati sull’I-pod nella sala d’attesa della stazione Termini, tra africane in costume, pensionati italiani e badanti dell’Est è sicuramente diversa da quella del margravio Christian Ludwig ma anche da quella di mio padre”. Constatazione  (chiedo anticipatamente venia all’interessato) banale, tendenzialmente politically correct e persino datata, visto che, già vari decenni orsono, Jean Jacques Nattiez ragionava semioticamente sulla storicità dell’ascolto musicale. Tuttavia, è anche constatazione assai gravida di conseguenze problematiche che dà per scontata l’irrilevanza di un fattore ermeneutico di cui bisognerebbe tornare a parlare, con l’equilibrio, la sagacia ed il coraggioso realismo di chi sa di sfiorare (giornalisticamente ma non solo) una questione dall’indubbia valenza educativa: quella del rapporto libero ma responsabile tra il fruitore e la persona dello scrittore/autore nella sua articolata totalità. 

Continuando a non voler prendere (spesso per ragioni ideologiche) in considerazione queste due questioni (qui soltanto sinteticamente abbozzate), ci si potrebbe ritrovare l’estate prossima a rifare il verso a un’altra famosa canzone degli anni ’60 – questa volta, come i mitici Franco I e Franco IV, scrivendo non “t’amo”, ma “letteratura” sulla sabbia…

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