letteratura e persona

   Sostiene Alfonso Berardinelli – recensendo per il domenicale de Il Sole 24 Ore (“Ci resterà solo la passione?”, 20 settembre 2009, p.29) due volumi di Giulio Ferroni – che “il discorso critico è fisiologicamente eclettico e misto: non separa ma integra biografia, storia delle idee, storia sociale, analisi del testo, valutazione e comparazione, a uso non solo degli studenti, ma di un pubblico colto di non specialisti (pubblico che sta scomparendo)”.

   Che la letteratura consenta e, anzi, stimoli il ricorso a queste (e a molte altre, altrettanto legittime e feconde) astrazioni metodologiche ed ideologiche, non v’è dubbio alcuno: in verità, spesso non solo le consente e le stimola, ma le concepisce, le plasma e finisce spesso per esportarle in altri ambiti dell’attività umana dove producono frutti altrettanto significativi, ricevendone preziosi contributi, profonde verifiche e, non di rado, radicali rivisitazioni grazie alla vitale energia vitale di un’ininterrotta dinamica ermeneutica.  Ricoeur2

   Tuttavia, – seguitando a commentare Berardinelli – per evitare che “lo studio della letteratura, invece che sulla letteratura, si concentr[i] sugli strumenti con cui studiarla” – ma, sia detto per inciso, anche per scongiurare che una pigra acquiescenza nei confronti della constatazione che “non c’è critica (militante e storiografica, giornalistica o didattica) senza riflessione sullo ‘stato presente’ dei nostri comportamenti sociali” riduca la letteratura a una irrispettosa e strumentale funzionalità rispetto al presente (a proposito, quante delle suddette aggettivazioni del sostantivo “critica” può davvero godere di vita propria?) – non sarà inopportuno ricordare che, in primis, la letteratura resta proiezione testuale di una persona in carne, ossa, opere e giorni: insomma, ciò che qualcuno ha definito ricouerianamente il “paradigma della condizione carnale e finita dell’uomo”.

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