“Pene d’amor perdute” nella regia di Dodin al Piccolo Teatro

Ci si è chiesti, critici di professione o semplici spettatori, il perché della scelta, da parte del grande regista russo, di una commedia fra le meno note e meno rappresentate di Shakespeare, fra le prime opere del drammaturgo (1593-96), classificata nel gruppo delle commedie eufuistiche.

La risposta è nelle parole con cui lo stesso Dodin presentava il nuovo lavoro da mettere in scena ai giovani della sua compagnia, il Maly Teatr di San Pietroburgo: “ Pene d’amor perdute è un titolo meraviglioso, solo la fantasia di un grande poeta ha potuto concepirlo …un titolo pieno d’amore e di tristezza, della consapevolezza che di molte cose della vita, persino dell’amore non esiste certezza. […] E’ un testo spesso considerato lontano dallo Shakespeare migliore… Ciò nondimeno  questo ‘non capolavoro’ è ubriaco di giovinezza, follia, arguzia, naiveté, stupidità, disperazione, sfacciataggine, felicità, scoperte, fallimenti e trionfi, energia e potrei andare avanti all’infinito.[…] La commedia è zeppa di amor giovane e di una giovane sventatezza, bella perché giovane. E tutti questi tesori si trovano incastonati nella prosa meravigliosa e negli affascinanti versi di Shakespeare”. Lo spettacolo affidato dunque ai giovani attori dovrà “ non solo raccontare una storia che parli di noi, ma far sì che  essa risuoni con la musica e il ritmo di Shakespeare”.

La commedia shakespeariana, a partire dall’emblematica, intrigante ambiguità del titolo, è una delle espressioni più significative dell’estetica dell’eufuismo e insieme ne è la più severa critica e demistificazione. Le strutture si basano quindi prevalentemente sulla componente linguistica, articolandosi  su movimenti armoniosamente alternati dei modelli retorici dei vari gruppi di personaggi: il registro eufuistico dei giovani nobili di corte, la  retorica dell’iperbole e dell’amplificazione dei vecchi smargiassi o pedanti, la anti-retorica degli zotici, ingenua, strafalcionesca,  arguta. Al tempo stesso Shakespeare sembra aver già maturato una tale padronanza delle funzioni drammaturgiche da raggiungere una completa metamorfosi del dato letterario in personaggio e in azione scenica e da far approdare l’esile trama a significati esistenziali.

 Con scelta coraggiosa e esiti di straordinaria efficacia Dodin lavora sul testo shakespeariano, operando una dinamica concentrazione di eventi e strutture: nota dominante la vitalità, l’energia vitale con cui le tre coppie di giovani trasmettono la varietà e ricchezza di sentimenti ed umori ora ingenui ora furbeschi, sensuali o malinconici, costretti a confrontarsi con  l’illusione di combattere la propria natura, con  l’emergere  del legame tra amore e morte e  della evidenza della fragilità dell’essere umano. I termini reali di una condizione esistenziale aleggiano, come ombra lieve ma costante, sia sul  bianco solare diurno  che sull’argento lunare notturno, che si alternano ad illuminare la scena. A questo proposito Valery Galendeev,  vicedirettore del Maly Teatr, ci dice: “La scenografia è asciutta e ultra-moderna nella sua realizzazione, mentre le luci sottolineano il complesso delle idee realizzate”.  Infatti la vita dei giovani , gentiluomini e fanciulle, è in bianco e nero, non c’è spazio per i colori, tanto meno per le sfumature del grigio. Questo si potrebbe correlare, nel testo poetico, all’esercizio di una serie di paradossi amorosi sul contrasto tra il bianco e il nero cui i  gentiluomini, in quello che è considerato il punto centrale del dramma (IV, 1), affidano la confessione del loro amore.

Nel suo adattamento Dodin, a partire dalla presentazione che egli ne ha fatto ai suoi attori, ha  dunque privilegiato lo spazio dei giovani cortigiani, tre giovani gentiluomini (il re di Navarra e i suoi amici), e tre giovani dame: gli uni nel loro proposito di ascetica dedizione allo studio della filosofia, le altre (la principessa di Francia e le sue damigelle), che inaspettatamente  per ragioni di stato, sopraggiungono e fanno rapidamente naufragare i buoni propositi del re di Navarra e dei suoi due amici, innescando un gioco di seduzione e di corteggiamenti incrociati. Si gioca, si disserta, si danza, in una foresta dove gli alberi sono grandi cilindri vuoti all’interno, nascondiglio o rifugio, palestra su cui  si arrampicano attori e attrici nei momenti chiave dei loro incontri e scontri, in una irruente esibizione di  esuberanza fisica.

La scelta di una precisa prospettiva da cui guardare al testo shakespeariano non esclude dalla lettura di Dodin  le altre presenze essenziali alla completezza del testo: l’iperbolico stralunato Don Armado, con il suo arguto servitorello, il goffo clown e la  poco innocente villanella, trovano il loro ruolo, sia pur ridotto a cifra emblematica, in una azione scenica così straordinariamente compatta, concentrata, di tensione drammatica incalzante: due ore di spettacolo, senza intervallo, pienamente godibile nonostante la lingua di recitazione – il russo – e il ricorso, peraltro molto discreto, ai sottotitoli in italiano.

Dopo tanti equivoci la commedia sembra avviarsi al lieto fine , ma così non è: la realtà irrompe sul finale con la notizia della morte del re di Francia e la necessità che la principessa rientri in Francia per essere incoronata regina. I giovani amanti dovranno quindi separarsi e la speranza di riunirsi nel giro di un anno viene negata o  quanto meno messa in dubbio perché “un anno è un tempo troppo lungo per una commedia”. Ora è dunque tempo di ritornare alla realtà, che è la vita e la morte,  è la malinconica riflessione su una giovinezza che si vorrebbe eterna ma che, sempre nelle parole rivolte da Dodin ai suoi giovani attori, “ha, come tutto quanto, il brutto vizio di passare”. 

Mariagrazia Bellorini

Colm Tóibín, Brooklyn (Bompiani, 2009)

Con questo romanzo Tóibín ha finalmente vinto il Costa Award (cfr. costabookawards.co.uk), lui che è stato spesso vicino a conquistare altri prestigiosi riconoscimenti quali il Booker Prize. Vittoria tanto più gradita in quanto, per il suo autore, Brooklyn non è “a book that would be considered as an automatic prize winner” (guardian.co.uk). Già, ma perché l’ha vinto?

Forse perché, come ha scritto Giulia Borghese (Io Donna) è un “classico bel romanzo irlandese, ricco di descrizioni di cose e luoghi, con personaggi ritratti in ogni sfumatura di carattere e sentimenti”? Rilievi forse un po’ generici, buoni per gli irlandesi, gli australiani e non pochi scrittori di espressione linguistica non anglofona sull’orizzonte globale…

O, ancora, perché, secondo Claire Messud (la Rivista dei Libri), Tóibín “ci ha voluto consegnare un personaggio praticamente privo di iniziativa” in una cornice indeterminata, giacché “il romanzo non specifica mai con chiarezza in quali anni è ambientata la narrazione, e dell’intero decennio ci permette di cogliere solo qualche occasionale indizio”? Ma siamo proprio sicuri, al di là dell’effettiva assenza di riferimenti ad anni/mesi/giorni/ore…, che gli indizi non esistano o siano solo occasionali, suvvia…

O, infine, perché all’autore irlandese “piace produrre frasi piane, esplicite e poi, avendo in mente come modello la pittura di Cézanne, creare toni e variazioni nei ritmi che ho stabilito in modo che qualcosa di segreto, misterioso entri nell’ animo del lettore”? Parole sue, citate da Susanna Nirenstein, Repubblica. Ma come si raggiunge un’esperienza evoluta di “lettura” che sia consapevole dell’affascinante rapporto suggerito da Tóibín tra intenzioni sintattiche, dinamiche ritmiche, pennellate semantiche e intuizioni narrative?

Certo, talune recensioni giornalistiche non aiutano… Forse sarebbe meglio suggerire ai lettori, ad esempio, di gestire con maggiore sagacia (antropologica ed epistemologica: parole grosse!) il rapporto bachtinianamente cronotopico (ovvero tempospaziale, con le sue conseguenze simboliche) tra Enniscorthy e Brooklyn, con le rispettive “reti comunitarie”, ben più pertinenti e intriganti della frantumazione di rilievi dedicati a questo e a quel personaggio (e questo è un consiglio che vale SEMPRE per la letteratura e che, mi pare, la avvicina alla realtà della vita e la rende indispensabile)… Ma è solo UN suggerimento. Anche di questo, oltre che dell’esperienza della testualità di Brooklyn, riusciremo forse a chiacchierare durante il prossimo Irish Club, dedicato proprio a Colm Tóibín (http://www.colmtoibin.com/). A presto, spero.

Sorj CHALANDON, Il mio traditore (Mondadori, 2009)

Al di là di taluni stereotipi adottati da recensioni di grandi quotidiani nazionali (a dire la verità, una sola, significativa, se ne è individuata, quella di Marco Imarisio sul Corriere della Sera del 18 maggio 2009: e forse tale circostanza non è casuale…),  il romanzo di Sorj Chalandon evoca alcune questioni sostanziali, ma del tutto trascurate dalla ricezione critica giornalistica: a cosa mira l’ambiguità del suo genere letterario, tra fiction in senso stretto, autobiografia e cronaca giornalistica? Forse ad evidenziare la totale inadeguatezza antropologica e culturale di una posizione ideologica che trasformava l’adesione personale al dramma di un popolo nell’ideologia di una parte politica, che, spesso, di quel popolo non coglieva l’esperienza profonda? Viene da qui la scelta del titolo Il mio traditore, dove “mio” potrebbe non coincidere con “di altri” – questi ultimi, magari, nordirlandesi, persino convinti della necessità della scelta dolorosa del tradimento (e del conseguente sacrificio personale)?  Questi interrogativi, nella loro totalità, non potrebbero implicare (senza trovare, da parte del protagonista e dello scrittore, il coraggio di esprimerla direttamente, anche qui non a caso…)  la prospettiva di una profonda revisione critica di posizioni ideologiche assunte da molti tra il 1968 ed il 1998, proprio l’arco di tempo coperto dal romanzo? Per la cui rappresentazione narrativa Chalandon ricorre alla strategia metaforica di Antoine liutaio, che lascio elaborare ai pazienti lettori come utile sussidio per rispondere alla suddetta grandinata di quesiti. Buona lettura di un libro che esigerebbe una riflessione compiuta (quale libro serio non la richiede?!) e - magari, perché no? – anche qualche puntuta recensione in più…

Chi getta al vento le ceneri di “Angela’s ashes”?

 In un articolo comparso su Il Sole 24 Ore di domenica 13 luglio (p. 1), Carlo Bastasin delineava lo scenario delle imminenti votazioni tedesche: ne richiamava l’eventualità di una “possibile tempesta politica”; l’ipotesi di un’inversione dello “sviluppo culturale del riformismo in Germania e in Europa”; i rischi di “una radicalizzazione politica”; lo spirare sempre più intenso di un vento che gonfiava “le vele del populismo”.

Secondo Bastasin, la difficile situazione della socialdemocrazia tedesca (con il suo vecchio ideale di “Nuovo Centro”, da non confondere con altri Centri…) pareva rievocare gli esiti di quella “zavorra ideologica” di cui parlava Willi Brandt una cinquantina di anni fa. Con un robusto filo di ironia, il giornalista del Sole 24 Ore si permetteva perfino una pertinente e raffinata citazione musical-letteraria dal Fledermaus (1874) di Johann Strass II (1825-1899): “felice è chi dimentica ciò che non può cambiare”.

angelas-ashes filmSottolineo “pertinente e raffinata”: sicuramente per area linguistico-culturale ed intenzione “atmosferica” prescelte; forse meno per un certo “agio cronologico” e una qualche approssimazione sociopolitica, che qualche purista potrebbe anche (legittimamente, beninteso) discutere, ma tant’è: non si può proprio e comunque accontentare tutti… Insomma, un impiego della letteratura “a fini collaterali” con giudizio e gusto, se Bastasin mi passa l’ardire e non si risente (come pochi altri, a dire il vero) di esser sottoposto a un modesto vaglio testual-letterario-culturale.

Conosco e apprezzo da lunga pezza – anzi, lunghissima, per aver usufruito del loro fondamentale apporto nel periodo della mia ultraventennale collaborazione (1986-2008) con Il Sole 24 Ore del Lunedì – l’abilità e la creatività dei titolisti del quotidiano milanese di via Monte Rosa. A loro, di norma, come negli altri quotidiani grandi e piccoli, va attribuita la scelta del titolo del pezzo di Bastasin (a meno che quest’ultimo non se ne assuma la responsabilità) che suona così Angela e le ceneri del centro europeo e fa ovviamente il verso (improprio…) al grande romanzo Angela’s ashes (1996) dello scrittore irlandese Frank McCourt (1930-2009) e al relativo film omonimo di Alan Parker (1999) – entrambi davvero imperdibili.

Angelas-Ashes-Cover[1]Nel titolo del pezzo di Bastasin, Angela è ovviamente la Merkel, il Centro europeo è quello socialdemocratico tedesco di cui si diceva sopra. Cosa non funziona? Cosa non è né pertinente, né raffinato, anzi rivela – se mi è consentito – una certa sbrigativa dipendenza dalla cultura di celluloide? Non funziona – ahimé, ma si dirà è il solito vezzo pignolo degli incontentabili ed inutili letterati… – proprio nulla: l’area culturale è estranea, poco efficace l’intenzione atmosferica, ecc. ecc. Ma no, mi si dirà: si volevano accostare i protagonisti della narrazione irlandese ai “reietti del cambiamento” paleocomunisti e i simboli di McCourt all’”emblema vivente di chi era stato cacciato dal paradiso dell’Spd”. Davvero!? Questa sì che pare acrobazia interpretativa degna della pignoleria dei letterati… E allora, cari sodali d’acrobazie interpretative, viva la letteratura!

un concorso letterario tra Italia e Irlanda

Flag-Pins-Ireland-Italy

ricevo notizia e subito segnalo un’interessante e simpatica iniziativa letteraria: il progetto ITALISH LITERATURE, con l’annesso concorso letterario ITALISH STORIES, di cui trovate traccia e informazioni alla pagina web Italish Stories.

Joyce e il basket

celtics

Sky Sport Extra, 31 ottobre 2009, verso le 14.45. Flavio Tranquillo e Federico Buffa commentano a modo loro (MOLTO a modo loro…, quasi come i commentatori originali di ESPN che è possibile degustare con un piccolo trucco del telecomando: fatelo, ne trarrà beneficio il vostro inglese!) una discreta partita NBA tra Boston Celtics (celtics) e Chicago Bulls (bulls). I Celtics (ricordate: /seltik/ è pronuncia American English; /keltik/ è la versione dell’”inglese d’Europa”) hanno un margine stabile di 12-15 punti sui Bulls (sì, proprio la squadra di Michael Jordan: come cambiano i tempi…), che esprimono un gioco non entusiasmante. E’ soprattutto il loro gioco d’attacco a risultare prevedibile ed inefficace e provate a pensare con cosa se ne esce Flavio Tranquillo? Eccola, letterale: “l’attacco di Vinny Del Negro [il coach italoamericano dei Bulls] è più noioso dell’Ulisse“! Non penso ci siano dubbi sull’Ulisse in questione: è proprio quello di Joyce (ed è quasi – lo dico con evidente simpatia - uno “sfregio culturale” in casa dei Celtics, ma forse Tranquillo non se ne rende conto e tranquillamente prosegue con la sua instancabile ed avvolgente affabulazione in margine alle teletrasmesse imprese cestistiche, che paiono proseguire senza prestargli eccessiva attenzione)! Che ne dite? Siete d’accordo sul perentorio giudizio di uno dei nostri vati del basket Sky? Attendo pareri.

P.S. By the way, segnalo questa breve riflessione al blog di FT, che evidentemente non gradisce e, ahimé, modera (con scarsa tranquillity) sentenziando “pollice verso”…

Beckett e l’italica politica?

beckett

Nella confusa concitazione della politica nostrana, capita persino la lodevole circostanza che un autorevole quotidiano come Liberal (home.aspx?) decida di pubblicare come epigrafe all’italica contemporaneità una emblematica citazione beckettiana: “nasciamo tutti quanti matti, qualcuno lo rimane”.

Diranno bipartisanly le varie parti: scelta offensiva e non delle più originali; inutile spreco di risorse nozionistiche; qualunquistica e nichilistica damnatio dell’impegno politico; ecc. ecc. 

La pignolesca precisazione che vorrei formulare è la seguente, tutta letterario-culturale: siamo sicuri che il passo beckettiano citato sia adeguato, efficace, financo pertinente rispetto allo scopo che ci si prefigge nell’impiegarlo sulla prima pagina di un odierno quotidiano? Ovvero: la cultura dell’originale inglese (che recita “we are all born mad. Some remain so” ed è tratto dal secondo atto del mitico Waiting for Godot: Waiting_for_Godot_Part2.html), pronunciato da Estragon che mette in scena un’apparente interazione con Vladimir e Pozzo, può prestarsi a un’estensione all’esagitate dinamiche relazionali dell’italica comunità socio-politica? Ai lettori l’ardua sentenza, nonché l’invito a riflettere insieme sulla necessità di ricorrere sì alla letteratura nell’appassionato realismo del confronto politico, ma con il necessario rispetto di persone e culture…

Aspettando “Dorian Gray” (il film) con Paolo Gulisano

locandina wildePrima pareva dovesse uscire il 23 ottobre; ora si parla del 27 novembre… Quale che sia la data di “release” di Dorian Gray (il nuovo film tratto dal capolavoro di Oscar Wilde), meglio approfittare preparandosi adeguatamente a una fatica cinematografica il cui trailer non manca di suscitare qualche perplessità: provare per credere alla pagina web watch?v=9h9a3Sx6220&feature=fvw.

Ecco un secondo incontro utile allo scopo che si terrà presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:  martedì 27 ottobre p.v., alle ore 12.30, aula MR 210 (c/o la sede di via Morozzo della Rocca), con la presenza dell’autore, il Prof. Enrico Reggiani discuterà  del volume “Il ritratto di Oscar Wilde” (Ancora, 2009) di Paolo Gulisano, saggista e cultore della letteratura in lingua inglese. Ecco l’invito: invito wilde.

Quale letteratura premia il Nobel per la Letteratura?

premio-nobel Nel file allegato di seguito (contenente un contributo già pubblicato in NUOVA SECONDARIA – N. 8 2008 – ANNO XXV, pp. 69-72), modeste considerazioni (forse non del tutto datate…) sul Premio Nobel per la Letteratura in occasione dell’attribuzione del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia alla scrittrice tedesca di origine romena Herta Müller: Quale letteratura premia il Nobel per la Letteratura

letteratura e persona

   Sostiene Alfonso Berardinelli – recensendo per il domenicale de Il Sole 24 Ore (“Ci resterà solo la passione?”, 20 settembre 2009, p.29) due volumi di Giulio Ferroni – che “il discorso critico è fisiologicamente eclettico e misto: non separa ma integra biografia, storia delle idee, storia sociale, analisi del testo, valutazione e comparazione, a uso non solo degli studenti, ma di un pubblico colto di non specialisti (pubblico che sta scomparendo)”.

   Che la letteratura consenta e, anzi, stimoli il ricorso a queste (e a molte altre, altrettanto legittime e feconde) astrazioni metodologiche ed ideologiche, non v’è dubbio alcuno: in verità, spesso non solo le consente e le stimola, ma le concepisce, le plasma e finisce spesso per esportarle in altri ambiti dell’attività umana dove producono frutti altrettanto significativi, ricevendone preziosi contributi, profonde verifiche e, non di rado, radicali rivisitazioni grazie alla vitale energia vitale di un’ininterrotta dinamica ermeneutica.  Ricoeur2

   Tuttavia, – seguitando a commentare Berardinelli – per evitare che “lo studio della letteratura, invece che sulla letteratura, si concentr[i] sugli strumenti con cui studiarla” – ma, sia detto per inciso, anche per scongiurare che una pigra acquiescenza nei confronti della constatazione che “non c’è critica (militante e storiografica, giornalistica o didattica) senza riflessione sullo ‘stato presente’ dei nostri comportamenti sociali” riduca la letteratura a una irrispettosa e strumentale funzionalità rispetto al presente (a proposito, quante delle suddette aggettivazioni del sostantivo “critica” può davvero godere di vita propria?) – non sarà inopportuno ricordare che, in primis, la letteratura resta proiezione testuale di una persona in carne, ossa, opere e giorni: insomma, ciò che qualcuno ha definito ricouerianamente il “paradigma della condizione carnale e finita dell’uomo”.